Economia digitale

Cardani: «Se restiamo indietro con Ict è a rischio la competitività dell'Italia»

La posizione del presidente Agcom nel primo numero del report DigitEconomy.24 in collaborazione con Luiss Business School

di Simona Rossitto

default onloading pic

La posizione del presidente Agcom nel primo numero del report DigitEconomy.24 in collaborazione con Luiss Business School


6' di lettura

Attenzione a non restare indietro nell’Ict perché è a rischio la capacità competitiva dell’intero Paese. A lanciare l’allarme è il presidente Agcom, Angelo Marcello Cardani, nel suo intervento nel primo report DigitEconomy24 elaborato dal Sole 24 Ore Radiocor in collaborazione con la Luiss Business School.

SFOGLIA IL REPORT COMPLETO

Per Cardani «il rischio che si corre è molto alto: se l’Ict italiano resta ulteriormente indietro, è la capacità competitiva dell’intero sistema produttivo nazionale che potrebbe essere compromessa». Il presidente, dunque, suggerisce due linee di intervento: «la prima deve rispondere all’esigenza di fare chiarezza sul piano dell’intervento pubblico e dei relativi strumenti da predisporre, per evitare che la mancanza di organicità complessiva - male endemico della politica industriale italiana - possa finire con l’ostacolare il perseguimento degli obiettivi in parola»; la seconda, «strettamente connessa alla prima, deve rispondere all’esigenza di individuare correttamente gli attori pubblici e i relativi ruoli, riservando al regolatore una funzione centrale in ragione della necessità di assicurare il corretto equilibrio fra tutela del consumatore, sostegno pubblico e concorrenzialità del mercato. In questo quadro, una Autorità di regolazione nella pienezza delle sue funzioni è altrettanto essenziale».

Cardani, dunque, il cui mandato è stato prorogato da luglio scorso, chiede in poche parole che il nuovo consiglio Agcom sia nominato al più presto.

Per Cardani «mantenere le regole attuali, solo da aggiornare»
Il presidente Agcom coglie l’occasione anche per sottolineare che le attuali regole predisposte non sono da cambiare o modificare in maniera sostanziale ma solo da aggiornare dai futuri regolatori. «Sono convinto - afferma - che l’apparato regolamentare predisposto non debba essere dismesso, bensì aggiornato nell’ottica di ottenere la massimizzazione del benessere dei consumatori, di migliorare ulteriormente le condizioni concorrenziali e di sostenere, nel contempo, investimenti efficienti in reti di nuova generazione ».

Calcagno: «rete unica superata dalla realtà, sì a coinvestimenti»
Il tema della rete in fibra di nuova generazione, con la possibilità oggi allo studio di combinare quella di Tim con Open Fiber, è toccato invece dall'amministratore delegato di Fastweb, Alberto Calcagno. La realtà del mercato, spiega in un’intervista, ha già «scavalcato il concetto di rete unica», ed è sbagliato pensare che «un’entità mal definita con il nome di Rete Unica sia la soluzione», al falso mito dell’Italia Cenerentola d’Europa per infrastrutture di rete».

Calcagno evidenzia anche il ruolo fondamentale del 5G, che «farà scomparire la distinzione tra infrastruttura fissa e mobile», e si dice favorevole alle alleanze con gli altri operatori per realizzare le infrastrutture ma mantenendo distinte strategie commerciali, come avvenuto nella jv Flashfiber con Tim sulla banda ultra-larga: «Ci si allea – spiega - per realizzare una rete che poi viene gestita da ciascun operatore in completa autonomia per aumentare il livello di concorrenza offrendo ai clienti la massima scelta e competendo sulla differenziazione e la qualità dei servizi. Questo è il comun denominatore del nostro accordo con Tim per Flashfiber che ci ha consentito di ampliare la nostra rete proprietaria Ftth, di quello con WindTre, che ci permetterà di entrare da operatore infrastrutturato nel mercato del mobile con una rete 5G di eccellenza ed infine dell’accordo con Linkem annunciato poche settimane fa, grazie al quale realizzeremo una rete 5G Fwa, raggiungendo altri 8 milioni di case ed uffici con una infrastruttura dalle prestazioni eccezionali ».

Sull’alleanza con WindTre, in particolare, Calcagno sottolinea che «il deployment della rete è stato già avviato» e «tra pochi mesi saranno lanciati i primi servizi».

Quanto alla necessità o meno di avere, per temi fondamentali come la rete in fibra e il 5G una regia pubblica, Calcagno sostiene che «il supporto delle istituzioni » sia fondamentale per coadiuvare gli operatori che devono affrontare investimenti importanti. Ma non si devono assumere approcci dogmatici: è giusto che vengano posti obiettivi in termini di performance, lasciando agli operatori la scelta delle tecnologie. Finora c’è stata una focalizzazione eccessiva sulla tecnologia Ftth, che è sostenibile nelle aree ad alta densità di popolazione ma che non può rappresentare una soluzione dovunque, per i costi e le complessità che comporta. Non a caso stanno emergendo grossi ritardi nel deployment delle reti Ftth nelle aree bianche. Riconoscere le potenzialità del Fwa, che già oggi connette più clienti della fibra ottica (1,3 milioni contro 1,1 del Ftth) e che con la migrazione al 5G crescerà a tassi ancora più importanti vuol dire, ad esempio, incentivare e supportare questo nuovo paradigma utilizzando le risorse esistenti per connettere le antenne. Il Ftta, ovvero il “fiber to the antenna” dovrebbe diventare l’obiettivo prioritario delle politiche pubbliche ».

Quanto allo stimolo della domanda, tipo i voucher, Calcagno pensa che possono essere uno strumento utile, in particolare, per ammortizzare gli investimenti iniziali e incoraggiare le imprese a dotarsi dell’abilitatore fondamentale per la trasformazione digitale ».

Boccardelli (Luiss BS): «su nuove reti Agcom e Cdp sono centrali»
Sulla necessità di una regia istituzionale nello sviluppo delle infrastrutture necessarie al Paese, fa il punto anche Paolo Boccardelli, direttore della Luiss Business School: «si rende necessario incentivare un rapido sviluppo della rete infrastrutturale, che possa garantire connessioni sempre più veloci e ambire a far crescere il nostro Pil di quasi 250 miliardi di euro entro il 2030, come stimato da Ericsson».

Per garantire lo sviluppo del'Italia è dunque «necessario che gli operatori di telecomunicazioni sviluppino una visione orientata al lungo periodo, al bene comune rappresentato dalla crescita che possono determinare le nuove tecnologie. La concorrenza infrastrutturale è certamente uno strumento efficace per sostenere lo sviluppo della gigabit society nelle aree nere caratterizzate da una forte domanda di mercato ».

Tuttavia la trasformazione digitale del Paese, in tutte le comunità italiane e in qualsiasi tipologia di attività e servizio, «non potrà avvenire – conclude Boccardelli - se non con una funzione ancora più centrale di quei soggetti con un ruolo istituzionale, come Agcom e Cdp, che dovrebbero orientare il loro operato a una missione fondamentale: accelerare l’effettiva realizzazione e gli investimenti sulle reti di nuova generazione, garantendo elevati livelli di sicurezza, stimolando al tempo stesso la domanda e dando quindi una forte spinta alla competitività della nostra economia ».

Al via (con 60 centrali) spegnimento parte della rete in rame di Tim
Mentre si dibatte di rete unica in fibra, è intanto partito a inizio 2020 il piano di spegnimento di gran parte della rete in rame di Telecom Italia, con regista l’Agcom. La partita riguarda oltre il 50% delle centrali di Tim (6000 della 10mila centrali) e dovrebbe concludersi entro il 2023. Il network in rame in pratica viene trasformato per larga parte in fibra. La partita ha preso le mosse nell’agosto del 2018 quando Tim ha presentato un progetto per il “decommissioning” della sua rete di accesso in rame. La novità degli ultimi giorni è che è entrata nel vivo l’attività degli uffici dell’Autorità che stanno verificando le condizioni riferite alla copertura e alla disponibilità dei servizi Nga nelle aree coperte dalle prime 60 centrali per le quali è prevista la dismissione.

«Si prevede – spiega Giovanni Santella, direttore Reti e servizi di comunicazioni elettroniche di Agcom che segue l’intero processo di switch off- lo spegnimento di un numero significativo di centrali di accesso, localizzate prevalentemente in aree periferiche o rurali ».

Non dovrebbe cambiare nulla, se non in meglio, sul fronte della qualità dei servizi per clienti finali che continueranno a usufruire dei servizi di accesso alla rete fissa, ma saranno migrati sulla rete di tipo misto fibra-rame (con fibra fino all’armadio, rame dall’armadio alle case), nella maggioranza dei casi, o sulla rete fibra-wireless negli altri.

“Il decommissioning della rete - dice Santella - comporterà anche una migrazione dei servizi all’ingrosso acquistati dagli operatori alternativi; per tale ragione l’Autorità ha imposto a Tim di pubblicare con un adeguato anticipo l’intenzione di spegnere una centrale di accesso, tarando la durata di tale periodo di anticipo in base alle condizioni di competizione presenti nel mercato: 12 mesi per lo spegnimento di una centrale dove sono acquistati i soli servizi cosiddetti bitstream, caso in cui l’impatto della migrazione sugli operatori alternativi è limitato, 18 mesi nel caso di centrali dove sono acquistati i servizi Unbundling local loop, (cioè dove gli operatori alternativi hanno acquistato l’ultimo miglio, ndr), che richiedono una maggiore intensità degli investimenti, 24 mesi nel caso di aree dove sono presenti investimenti di natura pubblica per le reti a banda ultra-larga ».

SFOGLIA IL REPORT COMPLETO

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...