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Carenza di ghisa, il polo ex Ilva corre in soccorso della filiera

Il tentativo di colmare parte dello shortage di ghisa causato dalle criticità nell’approvvigionamento nel bacino del Mar Nero con l’invasione russa in Ucraina

di Matteo Meneghello

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3' di lettura

Gli altiforni di Taranto in soccorso della filiera metallurgica italiana, nel tentativo di colmare parte dello shortage di ghisa causato dalle criticità nell’approvvigionamento nel bacino del Mar Nero con l’invasione russa in Ucraina. È lo scenario auspicato dal mercato, una soluzione alla quale, secondo quanto confermato da più di un operatore, l’ex Ilva è al lavoro. Da un altoforno si spilla ghisa liquida, materia prima che poi, dopo il passaggio attraverso i convertitori a ossigeno, diventa acciaio.

L’obiettivo è fare in modo che non venga completato l’intero ciclo di trasformazione per parte della ghisa prodotta a Taranto, la quale potrebbe così essere venduta immediatamente alle fonderie e alle acciaierie a forno elettrico del nord, che utilizzano questa materia prima insieme al rottame all’interno della carica. L’auspicio del mercato è che l’ex Ilva possa fare da polmone per parte delle esigenze della filiera metallurgica italiana, magari coprendo almeno la stessa quantità di ghisa che, fino a pochi anni fa, veniva venduta dall’altoforno di Servola (ciclo integrale privo dei convertitori) vale a dire tra le 400mila e le 500mila tonnellate (parte di questa produzione era ritirata direttamente dal gruppo Arvedi).

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Due mesi di tempo

Acciaierie d’Italia, come detto, sta lavorando a una soluzione e dovrebbe essere pronta ad andare sul mercato in un paio di mesi; ci sarebbero alcuni ostacoli impiantistici da superare per produrre la ghisa in pani (piccole modifiche necessarie anche dal punto di vista ambientale visto che oggi il ciclo è strutturato per l’uso interno), ma secondo gli addetti ai lavori si tratta di limiti facilmente superabili. Anzi, il gruppo, partecipato da ArcelorMittal e dallo Stato italiano attraverso Invitalia, potrebbe allargare questo tipo di collaborazione anche alle bramme - quel semilavorato grezzo che poi, una volta laminato, diventa coils - che potrebbero trovare un grande mercato, per esempio, tra i produttori di lamiere da treno, concentrati soprattutto in Friuli Venezia Giulia, oggi orfani delle forniture russe ed ucraine.

La possibilità di vendere direttamente parte della ghisa (e bramme) destinata alla produzione di acciaio potrebbe anche fornire un sostegno finanziario all’ex Ilva, dal momento che permetterebbe un incasso più veloce rispetto al normale ciclo produttivo; un’opportunità importante (anche considerando che il prezzo della ghisa alla tonnellata ha superato gli 800 dollari) che si accompagnerebbe alla recente iniziativa con cui il gruppo siderurgico italiano ha proceduto a una maxi-cartolarizzazione da 1,5 miliardi dei crediti commerciali, a sostegno degli investimenti e del circolante, in un orizzonte di piena ripresa della capacità produttiva di Taranto.

Le conseguenze della guerra in Ucraina sull’import

Con l’invasione russa in Ucraina l’Italia ha perso un flusso di importazione di materie prime che, secondo una recente analisi del centro studi di Siderweb, ammontava, in media nell’ultimo triennio, a 1,5 milioni di tonnellate per la Russia e circa 400-500mila tonnellate per l’Ucraina. Considerando che circa metà del flusso esportativo russo è rappresentato da rottame (e valutata la bassa incidenza di altre componenti come ferroleghe e preridotto) si può stimare in circa 1,2 milioni di tonnellate la quantità di ghisa venuta a mancare sul mercato italiano con il precipitare della situazione in Ucraina.

Il tema riguarda le acciaierie a forno elettrico e, in parte, anche le fonderie (dipende dal tipo di ghisa utilizzata), che hanno lanciato un allarme relativo al rischio che la filiera si trovi nel giro di poche settimane senza materia prima per alimentare il ciclo produttivo. Assofermet segnala nelle ultime settimane «grosse difficoltà per i fornitori così come per i consumatori, come acciaierie e fonderie, a causa delle conseguenze della crisi ucraina, che ha provocato l’annullamento delle forniture dall’area del Mar Nero.

L’incertezza sull’esito finale e sulla durata della crisi - prosegue la nota di mercato dell’associazione dei commercianti - costringerà fornitori e consumatori a cercare alternative». Ma altre aree di fornitura come «Brasile e Sudafrica non sono in grado di sopperire alle esigenze qualitative, in particolare delle fonderie ma anche in parte delle acciaierie».

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