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Carige, arriva l’aut-aut Bce: necessario subito un aumento

di Raoul de Forcade e Carlo Festa


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Reuters

3' di lettura

Incontri ripetuti con la Bce a Francoforte, ieri, per il salvataggio Carige. Prima si sono presentati i vertici di Carige e, nel pomeriggio, i Malacalza, sotto i riflettori dopo che la famiglia, socia di Carige col 27,5%, ha fatto mancare il quorum all’assemblea del 22 dicembre per l’aumento di capitale da 400 milioni.

Nel confronto con la Vigilanza europea è stata rinnovata la richiesta, da parte degli esponenti della Bce, di effettuare l’aumento di capitale, ma l’Authority di Francoforte sarebbe stata perentoria: l’aumento di capitale va effettuato al più presto, onde procedere poi con l’individuazione in tempi rapidi di un partner, un cavaliere bianco che finalizzi il salvataggio dell’istituto ligure. Sul tavolo anche l’esame della governance dell’istituto.

All’incontro con la famiglia Malacalza, durato circa un’ora e mezza, erano presenti Mattia Malacalza, ad di Malacalza Investimenti, e il fratello Davide accompagnati dall’avvocato Paolo Ghiglione, che all’ultima assemblea ha annunciato e spiegato i motivi dell’astensione che ha bloccato l’aumento di capitale, e da altri due legali, Andrea D’Angelo e Luca Purpura. Quest’ultimo aveva dato voce nell’assemblea dello scorso marzo alle critiche della famiglia guidata da Vittorio Malacalza, maggiore azionista della banca genovese, sulle modalità della ricapitalizzazione mandata in porto dall'a.d di allora, Paolo Fiorentino.

La controparte nel confronto di ieri, partito dalla stop all’aumento da 400 milioni e alle prospettive del bond sottoscritto per 320 milioni dal sistema bancario, è stato Ramòn Quintana, direttore generale della divisione della Bce incaricata della vigilanza di Carige, insieme al suo staff. Presenti anche alcuni alti dirigenti di Banca d’Italia: il vicedirettore generale Fabio Panetta e Ciro Vacca, tra i titolari della supervisione di Via Nazionale.

Di fronte alle rinnovate richieste della Vigilanza europea negli incontri (anticipati ieri da Il Sole 24 Ore) si sarebbero mostrati in sintonia i vertici di Carige, il presidente Pietro Modiano e l’ad Fabio Innocenzi, mentre nell’appuntamento pomeridiano l’azionista Malacalza ha spiegato le motivazioni che lo hanno portato nell’assemblea di sabato scorso a far mancare il quorum deliberativo con la sua Malacalza Investimenti, facendo leva sulla mancanza di un nuovo piano industriale e sulla eventuale necessità di ulteriori rettifiche su crediti.

La situazione resta molto delicata e ad alta tensione. Si attende che il presidente Pietro Modiano possa fare da mediatore tra le richieste della Bce e le condizioni poste dal principale azionista, che vuole vedere il nuovo piano industriale prima di investire altri soldi.

Nel frattempo, il titolo Carige ieri ha perso il 18,7% nel primo giorno di contrattazioni dopo lo stop all’aumento di capitale da 400 milioni. A quota 0,0013 euro, ha ritoccato i minimi storici con la capitalizzione che scende a 71 milioni. Non c’è dubbio e che la mancata approvazione dell’aumento di capitale riduce ulteriormente i margini di manovra a disposizione del management e aumenta significativamente l’incertezza sull’istituto ligure. Tra i possibili scenari, c’è anche la conversione del Tier2 da parte del Fondo interbancario di tutela dei depositi su richiesta della vigilanza e la contestuale ricerca di un’aggregazione con un altro istituto. Una seconda ipotesi è l’intervento diretto da parte delle autorità di vigilanza, con una sorta di commissariamento, mentre la terza ipotesi, che sembra più probabile al momento, è la convocazione di una nuova assemblea straordinaria per deliberare sull’aumento di capitale, successiva alla presentazione del nuovo piano industriale.

Nel frattempo, i sindacati del credito sono «sconcertati dall’esito dell’assemblea dei soci di Banca Carige, che getta ancora una volta le aziende del gruppo e i loro 4.300 dipendenti in uno stato di estrema incertezza. Non riusciamo a comprendere quale sia l’obiettivo di chi ha favorito questo esito e ci resta il dubbio di un pericolosissimo gioco al massacro che rischia di danneggiare tutti e che non tiene in alcuna considerazione le lavoratrici e i lavoratori del gruppo», scrivono i sindacati, che si riservano «di valutare tutte le conseguenze di questa decisione e di prendere tutte le iniziative che la situazione richiederà».

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