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Carige, nella gara contro il tempo è giallo sui nuovi soci

di Luca Davi


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(Ansa/Ap)

3' di lettura

È una gara contro il tempo per arrivare alla definizione di un piano per la messa in sicurezza di Carige. Entro il 25 luglio, a meno di un nuovo rinvio, serve infatti portare in Bce il piano definitivo. Ed al più tardi entro il prossimo 23 luglio si dovrà arrivare a una chiara suddivisione degli impegni tra i vari soggetti privati e pubblici coinvolti nel rafforzamento da 900 milioni che si sta tentando di approntare. Per quella data è prevista la doppia assemblea dello Schema e del Fitd che dovranno deliberare la partecipazione all’operazione, e prima di quella scadenza le singole banche aderenti dovranno portare nei propri consigli il deal così da poterlo autorizzare.

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Tanti tasselli devono insomma andare al loro posto. A partire dalla definizione dell’impegno definitivo del Fitd, ancora tutto da definire. Dei 900 milioni di fabbisogno, 200 milioni come noto dovrebbero essere coperti da un bond Tier 2 (con cedola compresa tra l’8 e il 9%) da suddividere tra Credito Sportivo e Mcc, cui andrebbero rispettivamente 75 e 25 milioni, mentre i restanti 100 milioni circa dovrebbe finire sul mercato. Più incerto invece il frazionamento dei 700 milioni di equity.

L’unico punto fermo è rappresentato dalla conversione dei 315 milioni del bond detenuto dallo Schema volontario. Chi sottoscriverà i restanti 390 milioni ? Se Cassa Centrale Banca confermasse il proprio impegno per una cifra attorno ai 70-90 milioni, cifra ritenuta a portata di mano per il gruppo trentino (che per oggi ha in calendario un Cda straordinario sul tema, ma interlocutorio vista la complessità del progetto) e nessun’altro azionista confermasse il proprio impegno nel capitale della banca ligure, il Fitd dovrebbe sborsare circa 300-320 milioni. Nella migliore delle ipotesi, contando anche sulla partecipazione dei soci attuali di Carige e di altri potenziali investitori, l’impegno del Fitd si abbasserebbe attorno ai 90-100 milioni. Una differenza non banale, tra i due scenari, che sta facendo interrogare i diversi aderenti al Fondo sulla fattibilità dell’intero piano e i differenti oneri da sopportare. D’altra parte, il Fondo interbancario dovrebbe partecipare sia con la sottoscrizione di una quota sia attraverso una garanzia relativa a un eventuale inoptato.

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Si vedrà. Ieri, a conferma del clima di incertezza che si respira sulla vicenda, in alcuni ambienti finanziari è circolato il rumor di un possibile ritorno di fiamma da parte di BlackRock. Così come perfino di un possibile coinvolgimento anche di Atlantia. Ipotesi prontamente smentita dalla società, che è concentrata su dossier di altro tipo, ma la cui diffusione segnala quanto il lavoro da fare sia ancora molto. Si guarda anche all’ipotesi della partecipazione di un family office genovese, magari attivo nel fronte della gestione del risparmio, ma ancora i nomi potenziali mancano all’appello.

Dal Mef a Bankitalia, al Fitd, gli sforzi dei soggetti in campo come detto sono tutti finalizzati al successo del piano di sistema. Che peraltro da un punto di vista occupazionale dovrebbe prevedere esuberi in linea con il piano precedente (1320 esuberi al 2023, 70 in più rispetto al piano dei Commissari). È chiaro però che complice la numerosità degli attori coinvolti, molti osservatori guardano con cautela al buon esito del progetto. Non è chiaro ad esempio se e a quali condizioni la famiglia Malacalza darà il via libera in assemblea. Tali e tanti, i pezzi del puzzle che devono andare al loro posto, che si ragiona sui possibili scenari alternativi. A partire dai rischi di liquidazione. Qualcuno guarda allo schema seguito per le tre casse del Centro Italia - Rimini, Cesena, San Miniato -, che dopo il rafforzamento realizzato a spese dello Schema volontario, vennero poi incorporate da una grande banca. In quel caso fu il Crédit Agricole. In questo caso, si guarda ad altri operatori, come Bper ad esempio, che ha aperto all’ipotesi di acquisire la banca ligure a patto che l’operazione sia neutra sul capitale.

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