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Carige: per il salvataggio in campo Fitd, Credito Sportivo e Mediocredito Centrale

di Luca Davi


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3' di lettura

La proposta finale verrà messa nero su bianco solo tra due-tre settimane, giusto al termine della due diligence che è in corso. E di certo da qua ad allora ogni tassello dovrà andare al suo posto. Ma nel frattempo iniziano a delinearsi i contorni della struttura di intervento per la messa in sicurezza di Carige. Un piano che, dopo il via libera dello Schema volontario ad esaminare il dossier, prevede una compartecipazione di privati (le stesse banche italiane, raccolte tra Fitd e Schema volontario) e soggetti pubblici, tra cui potrebbero rientrare Mediocredito Centrale-Banca del Mezzogiorno e a, quanto risulta al Sole 24Ore, anche il Credito Sportivo. Un intervento misto che, nelle intenzioni di chi è al lavoro sul dossier, eviterebbe alla banca ligure di finire in ricapitalizzazione precauzionale o liquidazione coatta.

Per rimettere in carreggiata Carige si rende necessaria la copertura di un fabbisogno compreso tra 700 e 800 milioni circa: cifra che permetterebbe alla banca ligure, oggi in condizione di fragilità e per questo marcata stretta da Bce, di puntellare il patrimonio, di liberarsi dell’intero fardello di crediti deteriorati (oltre 3 miliardi, che verrebbero ceduti a Sga) e di tornare a camminare sulle proprie gambe. Resta da capire quale sia la struttura finanziaria dell’operazione, che è ancora da definire nel dettaglio. Gli advisor sono al lavoro sul tema, ma è possibile che l’ammontare venga coperto da una componente cash a cui potrebbe abbinarsi l’emissione di debito subordinato. Pivot dell'operazione, come detto, sarebbe l’intero sistema delle banche italiane. Nei piani in discussione, lo Schema volontario convertirebbe in capitale circa 315 milioni del bond subordinato detenuto oggi, cifra a cui aggiungerebbe un ulteriore esborso – tramite il Fitd, che ha la potenza di fuoco sufficiente – di circa 200 milioni.

Di certo si tratta dell’ennesimo sforzo collettivo, per un comparto bancario già provato dai contributi alle crisi degli ultimi anni. Uno sforzo in cambio del quale le banche tuttavia chiedono garanzie ai soci attuali di Carige, a partire dalla famiglia Malacalza, che con il 27,7% del capitale detenuto oggi dovrà dare il suo placet in assemblea all’intera operazione. Chiamati a collaborare sono ovviamente anche gli altri soci, da Raffaele Mincione a Gabriele Volpi ad Aldo Spinelli.

Questo per il fronte degli azionisti privati. Perché l’altra gamba dell’operazione di sistema su Carige è costituita dal versante pubblico, il cui impegno complessivo secondo alcune stime dovrebbe attestarsi attorno ai 200 milioni. Si guarda in particolare a due enti economici pubblici, che sono già stati sondati dal Tesoro: MedioCredito-Banca del Mezzogiorno e Credito Sportivo. Il primo soggetto sta analizzando il dossier in queste ore per definire l’impegno potenziale. Che sarebbe comunque limitato a non oltre il 25% del patrimonio (quota massima investibile in un solo asset), e quindi non oltre i 50-60 milioni, cifra eventualmente elevabile se si trattasse di debito. Della partita potrebbe essere però anche il Credito Sportivo, banca controllata dal Mef con una quota diretta dell’80%. L’istituto è una realtà in salute, dotata di un patrimonio di circa 800 milioni di euro. A quanto risulta, l’istituto sarebbe pronto a valutare il dossier, pur nel rispetto delle finalità specifiche della banca e della bontà del progetto industriale che sarà proposto.

Si vedrà. Certo è che serve fare in fretta. Il Supervisory board dell’Ssm, riunito ieri a Francoforte, è disposto a dare tempo, alla luce della chiara disponibilità delle banche italiane a rimboccarsi le maniche. Entro settembre, scadenza dell’incarico dei commissari di Carige, si vuole chiudere l’aumento di capitale. L’obiettivo del Fondo presieduto da Salvatore Maccarone e diretto da Giuseppe Boccuzzi è dunque quello di deliberare una proposta di intervento sulla banca ligure nella seconda metà di luglio. In quell’occasione all’esame del board arriverà anche l’offerta avanzata lunedì sera da Apollo. Nella prima versione inviata informalmente all’advisor, il piano proposto dal fondo americano prevedeva un investimento di 125 milioni, a cui si aggiungeva la sottoscrizione di un bond subordinato da parte del Fitd di altri 125 milioni e l’emissione sul mercato di un altro bond da 240 milioni, oltre alla conversione del subordinato da 320 milioni sottoscritto dallo Schema. Proposta giudicata irricevibile dalle banche stesse.

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