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Carige, Malacalza resta in bilico. Al lavoro sull’ipotesi ribaltone

Da Volpi, Mincione, Spinelli e piccoli azionisti un 25% del capitale pro aumento. Il primo socio ora valuta azioni legali nel caso di congelamento dei voti

di Luca Davi


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3' di lettura

Sì all’aumento di capitale, con o senza i Malacalza: sembra essere questa la parola d’ordine in casa Carige. A meno di due settimane dall’assemblea dei soci, prevista per il 20 settembre, a Genova fervono i preparativi. E tutti i soggetti coinvolti, a partire dai commissari, lavorano pancia a terra per far sì che il piano di rafforzamento da 900 milioni prenda definitivamente il volo. Solo così, del resto, si potrebbe mettere in sicurezza la fragile banca ligure, evitandole il rischio di finire in liquidazione.

L’obiettivo principale è dunque quello di portare in assemblea almeno il 20% del capitale, a prescindere dalla partecipazione (o meno) della famiglia Malacalza. Solo superando l’asticella di un quinto del capitale, infatti, l’assemblea sarebbe regolarmente costituita e si potrebbe puntare all’approvazione dell’operazione di rafforzamento (per cui servono i due terzi dei voti favorevoli). Il tentativo di fondo, insomma, è quello di superare l’incognita legata alle mosse del primo socio, la famiglia Malacalza, che da solo vale circa il 27,6% del capitale, e sulla cui presenza in assemblea grava più di un’incognita.

A quanto risulta a Il Sole 24 Ore, si lavora insomma alla costruzione di una maggioranza “alternativa”, che metta insieme una buona parte dell’azionariato rimanente. L’obiettivo, di fatto, è a portata di mano. Il “blocco” verrebbe costituito a partire dal secondo azionista, l’imprenditore Gabriele Volpi, che con la sua Compania Financiera Lonestar detiene il 9,1% della banca e che, segnalano fonti vicine a lui, avrebbe dato una disponibilità ad approvare il progetto, anche se non è chiaro se parteciperà o meno all’aumento. Accanto a lui, ci sarebbe il finanziere Raffaele Mincione, che detiene circa il 6-7%, così come l’imprenditore della logistica Aldo Spinelli (circa l’1%): insieme, i grandi soci garantirebbero già un 17-18% di voti.

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Nel bacino dei favorevoli vanno poi annoverate l’associazione dei piccoli azionisti (che fa capo a Silvio De Fecondo) e così pure l’associazione degli ex dipendenti pensionati della banca. Con queste premesse, mettere insieme il 20-25% del capitale sarebbe un obiettivo a portata di mano. Anche perché nel frattempo, i Commissari puntano a risvegliare l’interesse non solo degli istituzionali ma anche della componente retail, che per Carige vale circa il 40-42% del capitale. Non a caso ieri la banca ha deciso di avviare, in qualità di promotore, una sollecitazione di deleghe di voto, affidandosi a Proxitalia.

A favore del rafforzamento si è espresso anche il proxy advisor Glass Lewis, uno dei principali consulenti dei fondi di investimento, che invita gli azionisti di Carige a sostenere l’aumento di capitale. «Date le piuttosto gravi condizioni della banca» e «la mancanza di sostanziali alternative», «riteniamo che ci sia poco da guadagnare nel rigettare» il piano dei commissari, la cui approvazione viene considerata «nel miglior interesse degli azionisti», dice l’advisor.

Certo, il progetto della maggioranza alternativa può rimanere in piedi se i Malacalza decideranno di non presentarsi in assemblea. Perché se invece lo facessero, e votassero contro l’aumento (o si astenessero), a quel punto servirebbe coagulare il voto favorevole del 55% del capitale per far passare la manovra: una quota tecnicamente non impossibile, ma certo difficilissima da portare a casa.

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Per capire quali saranno le mosse dell’azionista di riferimento servirà attendere ancora, forse fino al 20 settembre. Fonti coinvolte nell’operazione sottolineano come la famiglia ligure non apprezzi le modalità del piano di salvataggio pubblico-privato, che vede il Fondo interbancario come pivot e Cassa Centrale Banca nel ruolo di partner privato. Le critiche riguarderebbero le condizioni - ritenute troppo favorevoli - offerte a Cassa Centrale, e di come, al contrario, alla famiglia ligure - che in questi anni ha investito più di 400 milioni di euro destinati a svalutarsi pesantemente - non siano state riservate condizioni analoghe nel quadro dell’aumento.Se però è vero che la famiglia ligure non si è mai espressa sulle possibili mosse, è vero anche che la mancata partecipazione avrebbe un doppio vantaggio: consentirebbe agli imprenditori di avere la mano libera in vista di possibili azioni legali e darebbe continuità alla banca, come i piccoli azionisti e tutto il territorio chiedono. Peraltro non è escluso che un eventuale voto contrario dei Malacalza (o un’astensione) tra due settimane possa portare alla convocazione di una nuova assemblea, con l’ipotetico congelamento dei diritti di voto della famiglia stessa. Questo, almeno secondo alcune indiscrezioni, sarebbe lo scenario che sarebbe stato paventato nei giorni scorsi dalla Vigilanza. Di fronte a questa possibilità non è da escludere che Malacalza valuti una contro-azione legale. A quanto risulta al Sole, il primo socio avrebbe infatti chiesto ai propri legali di analizzare attentamente i profili della vicenda e così pure, tra l’altro, eventuali contromosse da prendere.

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