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Carige, Malacalza svaluta di 379 milioni la sua partecipazione

La svalutazione arriva per la «durevole perdita di valore della partecipazione» dopo l’aumento di capitale da 700 milioni di Carige. Ma la società chiede risarcimento da 486 milioni

di Raoul de Forcade

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(Imagoeconomica)

La svalutazione arriva per la «durevole perdita di valore della partecipazione» dopo l’aumento di capitale da 700 milioni di Carige. Ma la società chiede risarcimento da 486 milioni


4' di lettura

Un nuovo capitolo si aggiunge alla vicenda di Carige: Malacalza Investimenti svaluta, per un valore di 379,2 milioni di euro, la sua partecipazione nella banca. Ma la società conta di recuperare oltre 486 milioni con la causa di risarcimento intentata nei confronti di Carige.

La svalutazione, si legge nel bilancio dell’azienda al 31 dicembre 2019 (che chiude a -382,9 milioni), arriva per la «durevole perdita di valore della partecipazione» che «è conseguenza della natura riservata», con «esclusione del diritto d’opzione», dell’aumento di capitale da 700 milioni, deliberato a settembre 2019 da Carige.

Aumento cui l’allora azionista di riferimento non ha partecipato, perché talmente «iperdiulitivo», si legge nel testo, «da far venir meno tutti i diritti e le prerogative che hanno caratterizzato l'investimento partecipativo dal 2015 e successivamente incrementato fino al 2018». In seguito all'operazione, infatti, la partecipazione di Malacalza nell’istituto di credito genovese, «che era stata acquisita a scopo durevole e duraturo», è crollata dal 27,5% al 2,016%.

La svalutazione della partecipazione arriva a cinque anni dall’ingresso della famiglia ligure in Carige (marzo 2015) e segna l’ennesima cesura, questa volta nettissima, tra l’ex primo azionista e la successiva gestione commissariale della banca, avviata dalla Bce a gennaio 2019.

L’organismo di vigilanza era intervenuto dopo che il cda dell’istituto aveva proposto, a dicembre 2018, un aumento di capitale da 400 milioni che non è passato per l’astensione di Malacalza.


La cesura

Una cesura nettissima, si diceva, perché fino al bilancio del 2018, depositato nell’estate dell’anno scorso, Malacalza Investimenti aveva deciso di non svalutare la propria partecipazione in Carige, in quanto riteneva che «il valore di carico della partecipazione» fosse «ancora integralmente recuperabile».

Dopo l’aumento di settembre, però, la società - partecipata per il 48% da Hofima, la holding controllata da Davide Malacalza, per un altro 48% dal fratello Mattia e per il 4% dal padre, Vittorio – non ha potuto che percorrere la strada della svalutazione.

Con un contraltare, però: se Malacalza Investimenti, per ragioni contabili, era obbligata a svalutare, la holding Hofima avrebbe potuto fare altrettanto ma ha ritenuto di non procedere così. La decisione è stata presa proprio sulla scorta della richiesta di risarcimento avanzata, il 16 gennaio 2020, da Malacalza investimenti nei confronti della banca nonché dei suoi nuovi soci di riferimento (post aumento di settembre): Fidt, Svi e Ccb.

La richiesta di risarcimento

«All’esito di approfondimenti di ordine tecnico e giuridico condotti da autorevoli esperti che ritengono invalida la deliberazione di aumento del capitale sociale riservato», si legge nella nota di bilancio di Malacalza Investimenti, la società richiede «il risarcimento del danno provocato dalla irreversibilità degli effetti derivanti dall'esecuzione della predetta delibera»; danno determinato in 486,6 milioni, «oltre rivalutazione monetaria ed interessi».

Nel testo si dice poi che «la fondatezza delle cause di invalidità della deliberazione assembleare individuate nell’atto di citazione» giustifica «il probabile esito favorevole del giudizio instaurato», e che l’entità del danno avuto dalla società, per effetto della delibera di aumento, è «tale da giustificare il conseguimento di un risarcimento, in un arco temporale relativamente limitato, di importo superiore alla svalutazione operata».

Per questi motivi Hofima (che chiude il bilancio con un utile netto di 184mila euro) non ha svalutato la sua partecipazione in Malacalza Investimenti ma, con un’operazione di conversione di finanziamenti infruttiferi, ha aumentato da 10,7 a 72,5 milioni il valore di carico della partecipazione, ritenendo di poter recuperare, con il risarcimento, almeno 54,7 milioni della differenza tra valore di carico e la corrispondente frazione di patrimonio netta della partecipata.

La Corte di giustizia Ue

In questo scenario, si inserisce la sentenza della Corte di giustizia Ue che giovedì ha dato ragione alla ricorrente Malacalza Investimenti e ha annullato gli atti con cui Bce aveva ripetutamente negato alla società l’accesso ai documenti relativi alla decisione di commissariare Carige. Il tribunale condanna, dunque, Bce a pagare le spese e apre la strada alla prevedibile impugnazione del provvedimento di commissariamento, da parte dei Malacalza.

Tornando alla nota di bilancio di Malacalza Investimenti, nel testo si legge che «la riduzione della percentuale di partecipazione al capitale sociale dal 27,555% al 2,016% è conseguenza della natura riservata dell’aumento di capitale deliberato dalla partecipata, con la conseguente esclusione del diritto d’opzione ai sensi dell’articolo 2441, 5° comma, codice civile, e dell’effetto iperdiluitivo causato dalle modalità di strutturazione dell'operazione di aumento di capitale».

Il documento evidenzia anche che la Malacalza Investimenti “ha ritenuto di non sottoscrivere le azioni offerte in prelazione nell'ambito della terza tranche” dell'aumento, perché, «quand’anche la sottoscrizione fosse avvenuta, la propria quota di partecipazione sarebbe stata comunque oggetto di una drastica diluizione (circa 5%, ndr) tale da far venir meno tutti i diritti e le prerogative che hanno caratterizzato l'investimento partecipativo» dal 2015 al 2018.

Il patrimonio di Carige

All’interno del documento emerge anche una stima del patrimonio netto di Carige. Viene ricordato, in primis, che, il cda «della partecipata non ha ancora approvato il progetto di bilancio dell’esercizio 2019 e che successivamente alla relazione sulla situazione patrimoniale ed economica consolidata al 30 giugno 2019 non sono state rese pubbliche ulteriori relazioni finanziarie infrannuali».

In base alla semestrale 2019 risultava dunque un patrimonio netto consolidato di 1,32 miliardi. A questa cifra, prosegue il documento dei Malacalza, «si è ritenuto corretto sommare» l’importo di 700 milioni dell’aumento di capitale.

Da questo viene sottratto «il risultato economico della frazione di esercizio corrispondente al secondo semestre, non disponibile a consuntivo» ma «desumibile dalle indicazioni fornite, sulla perdita dell'intero esercizio» attraverso «il prospetto informativo per l’esecuzione dell’aumento di capitale e approssimabile all’importo di - 350 milioni». Si perviene così a una stima del patrimonio netto contabile consolidato di Carige di 1,67 miliardi.

L’impegno diretto dei Malacalza

La nota di bilancio mette, infine, in chiaro che «i debiti verso soci per finanziamenti infruttiferi hanno saldo pari a zero, in quanto sono stati completamente estinti mediante conversione in versamenti conto capitale da parte dei soci, al fine di rafforzare la struttura patrimoniale della società».

E si spiega che «durante l’esercizio, i soci hanno erogato alla società ulteriori 7,3 milioni di euro (sempre a titolo infruttifero e in proporzione alle rispettive quote di partecipazione al capitale sociale) e l’entità del valore nominale dei finanziamenti infruttiferi ha raggiunto l’importo complessivo di 145,3 milioni».

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