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Carige, meglio non sprecare l’ultima chance privata

di Alessandro Graziani

2' di lettura

Lo psicodramma del salvataggio di Banca Carige sta arrivando alla fase finale. Questione di settimane, se non di giorni, e si saprà se l’unico reale tentativo di intervento con capitali privati andrà in porto o se invece sarà lo Stato a dover intervenire con nuovi soldi pubblici. Il principale negoziato, se non l’unico, in corso in queste ore tra i commissari, il fondo interbancario, le Autorità e - ragionevolmente - anche la famiglia Malacalza che detiene il 27% del capitale e il potere di veto in assemblea, è con il fondo di private equity Usa Apollo Global Management.

Dopo la clamorosa ritirata di poche settimane fa di BlackRock, la prudenza è d’obbligo. Ma è vero che Apollo, a differenza di tutti gli altri interlocutori possibili, è l’unico investitore privato che ha una molteplicità di interessi per stare al tavolo del salvataggio Carige. Due su tutti: il contenzioso civile che lo vede contrapposto alla banca sia sulla controllata assicurativa Amissima che sul precedente tentativo di intervento (acquisto di Npl e proposta di ricapitalizzazione); il rischio che una eventuale liquidazione coatta di Carige vanifichi il contratto di distribuzione delle polizze di Amissima Vita e Danni con la rete di sportelli della banca.

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Non è chiaro se il negoziato in corso per l’ingresso nel capitale di Apollo in Carige preveda anche un suo intervento diretto sugli Npl. Se così fosse, si tornerebbe alla proposta originaria di tre anni fa (primavera 2016) che fu bocciata dai Malacalza che, timorosi di vedersi sfilare il controllo di Carige, bocciarono l’offerta e imposero poi l’iniziativa giudiziaria contro il fondo e contro gli ex vertici (peraltro assolti in primo grado).

Se davvero il negoziato con Apollo dovesse concretizzarsi in un’offerta concreta, c’è bisogno che tutti si assumano le necessarie responsabilità. Vale per i Malacalza, ma anche per i sindacati dei dipendenti che si troveranno a valutare - come chiedeva BlackRock - un piano di esuberi e di taglio costi che al momento non si conosce. Ma a cui inevitabilmente Apollo subordinerà l’investimento: senza adeguate prospettive reddituali nessun privato è disposto a iniettare capitale in una banca che, non va dimenticato, tuttora non ha accesso diretto al mercato e si finanzia grazie a un bond garantito dallo Stato.

A pochi giorni dal “redde rationem” finale, è necessario che tutti gli stakeholders valutino le conseguenze dell’unica alternativa, che passa dall’intervento dello Stato. Il decreto di gennaio del Governo, peraltro in bilico dopo l’esito delle elezioni europee, prevede l’esborso di un miliardo per una ricapitalizzazione «precauzionale» che non è detto venga approvata dalla Ue (con cui peraltro Roma ha fin troppi fronti aperti). L’alternativa è quella della liquidazione coatta amministrata sul modello Intesa-banche venete, che sarebbe ancora più costosa per le casse dello Stato e quindi per i contribuenti. Salvare una banca con un incremento del debito pubblico, soprattutto in questa fase, è un azzardo che può far innalzare il rischio-Italia nella percezione degli investitori. Esplorare il tentativo privato, se davvero è concreto, è più che un dovere.

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