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Carige, Mps e Bari: Bce e rischio recessione complicano le crisi

di Alessandro Graziani


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3' di lettura

La questione bancaria rischia di riaprirsi e creare insidie impreviste - come capitato ai Governi Renzi e Gentiloni - all’esecutivo Lega-M5S in vista delle elezioni europee. Le situazioni di crisi di Banca Carige, Popolare di Bari e Mps - pur con tutte le differenze di tre casi non paragonabili tra di loro - potrebbero complicarsi nelle prossime settimane, soprattutto se davvero l’Italia entrasse in recessione tecnica. Il rischio prospettico è che le «stive» bancarie dei crediti in sofferenza, malgrado lo svuotamento effettuato negli ultimi due anni, tornino a imbarcare nuovi Npl.

Ma già nell’immediato il peggioramento dell’economia potrebbe avere un impatto negativo sulle banche più fragili, riducendo il prezzo medio di vendita degli Npl e aumentando il fabbisogno di capitale.

A questa incognita si aggiungono gli interrogativi sulle richieste della Vigilanza bancaria di Bce che, applicando alla lettera l’addendum sugli Npl, ha chiesto a Mps di svalutare non solo i nuovi flussi di crediti a rischio ma anche lo stock. Francoforte, per evitare di entrare in contraddizione con Parlamento e commissione Ue, si trincera dietro la facoltà di intervenire «caso per caso». La richiesta di svalutazione dello stock di vecchi crediti dubbi non riguarderà solo Mps, che è in cura speciale con Ue e Bce, ma sarà estesa a tutte le banche, seppure con imprecisate indicazioni caso per caso. In assenza di comunicazioni certe da parte della Vigilanza Bce, ieri e oggi la Borsa si è accanita contro tutte le azioni delle banche italiane.

È evidente in ogni caso che che la somma delle due nuove variabili in gioco - rischio recessione per l’Italia e richieste aggiuntive di Bce sui crediti deteriorati - è destinata a riaprire la questione bancaria almeno per quanto riguarda gli istituti più deboli: Carige, Popolare Bari e la stessa Mps. Tre dossier già finiti a vario titolo sul tavolo del Governo, per le possibili ricadute sociali ed economico-finanziarie che potrebbero verificarsi in caso di escalation nelle prossime settimane. Su Carige a giorni arriverà il primo aiuto di Stato con la garanzia pubblica sul bond da almeno un miliardo per garantire liquidità di emergenza alla banca ligure.

Nel frattempo l’istituto ligure tenterà un piano di ricapitalizzazione privata che, se non dovesse andare in porto, sarà sostituito - sempre ammesso che la Ue lo consenta - da un aumento di capitale precauzionale fino a un miliardo da parte dello Stato. Più insidioso il caso della Popolare di Bari, per ora formalmente non in crisi, ma alle prese con un piano di aumento di capitale e trasformazione da cooperativa in società per azioni che in primavera dovrà essere approvato dall’assemblea dei 70.000 soci. In Puglia si preannuncia uno psicodramma simile a quello delle banche venete, quando i soci furono chiamati a votare su due alternative entrambe dolorose: bocciare Spa e aumento, con tutti i rischi per la solidità della banca, o votare a favore della proposta in arrivo dal cda autocertificando così il sostanziale azzeramento del valore delle proprie azioni.

Da ultimo Mps, banca già salvata dallo Stato. «Può darsi che ce ne dovremo occupare», ha detto domenica il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Nel 2019 banca e Governo dovrebbero spiegare alla Ue come avverrà l’uscita dello Stato dal capitale del Monte. Scadenza che potrebbe rappresentare un’opportunità per l’intero sistema. O diventare una nuova emergenza, se abbandonata a sè stessa.

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