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Carige, la tempesta del 2018 è costata 2,4 miliardi di raccolta

di Raoul de Forcade

(Reuters)

3' di lettura

Il 2018 è stato un annus horribilis per Banca Carige. In particolare per la raccolta diretta che ha perso oltre 2,3 miliardi di euro. Ma non solo. Perché durante quell’anno si sono manifestate «incertezze significative» relative alla continuità aziendale dell’istituto. È quanto riporta la relazione sulla situazione economica dell’istituto genovese al 31 dicembre 2018, firmata dai tre commissari della banca, Pietro Modiano, Fabio Innocenzi e Raffaele Lener. Un documento che fa luce anche sul peso che alcune operazioni hanno avuto sui conti della banca.

Emerge che la recente cessione a Chenavari della società di credito al consumo Creditis (avviata dall’ex ad Paolo Fiorentino e definita da Modiano, che ha dovuto concluderla, «un contratto pessimo sotto ogni punto di vista») ha portato, nell’insieme delle sue componenti, «un effetto netto a conto economico negativo, a livello di gruppo, di circa 9 milioni». Mentre la cartolarizzazione, a dicembre, di 859,8 milioni di Npl col veicolo Riviera Npl, ha portato un impatto negativo per 35,1 milioni; la cessione di 365,8 milioni di Utp a Bain Capital Credit ha avuto un impatto negativo per 7,8 milioni. Viceversa l’accordo con Nexi per la cessione del merchant acquiring ha portato una plusvalenza di 22 milioni.

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D’altro canto, sottolinea anche la relazione, l’assemblea straordinaria dei soci del 22 dicembre 2018, in cui l’astensione dal voto dell’azionista di riferimento, Malacalza Investimenti, ha portato alla bocciatura della proposta di aumento di capitale da 400 milioni, e il successivo commissariamento di Carige, unito alle «tensioni» generate in Italia dalla «risoluzione di alcuni enti finanziari minori», hanno avuto «impatti negativi» sulla «liquidità della banca».

Alla luce dell’esito dell’assemblea, «il gruppo evidenziava un livello di liquidity coverage ratio pari all’87%; tale valore è stato ripristinato e, nel mese di febbraio 2019, è pari al 154%, anche per effetto» dell’emissione, a gennaio, «di due obbligazioni con garanzia dello Stato per un importo complessivo di 2 miliardi». Queste emissioni «hanno permesso di fornire una protezione temporanea contro il rischio di deterioramento della posizione di liquidità della banca e del gruppo» . Ciò premesso, prosegue il documento, «in assenza di ulteriori adeguati azioni o provvedimenti, esistono incertezze significative in merito alla capacità del gruppo di continuare la propria esistenza operativa in un futuro prevedibile». I commissari, però, «basano la ragionevole aspettativa che la banca e il gruppo continuino la loro esistenza operativa», con la «realizzazione di uno dei seguenti scenari alternativi»: con il «perseguimento, nel breve periodo, di una business combination»; oppure, se ciò non dovesse riuscire, con «un aumento di capitale» da 630 milioni; o, «in ultima istanza», con la «ricapitalizzazione precauzionale» da parte dello Stato, prevista nella legge creata ad hoc.

In tema di raccolta, nel 2018 Carige ha perso il 14%, scendendo da 16,86 a 14,5 miliardi, con una perdita di 2,36 miliardi. Gran parte dei deflussi (1,82 miliardi) sono nel quarto trimestre dell’anno, segnato dalla bocciatura dell’aumento di capitale. A spostare soldi sono stati sia i risparmiatori e le aziende (la raccolta retail è scesa dell’11,7% a 12,35 miliardi), sia i grandi investitori, che hanno ridotto del 25,3%, a 2,14 miliardi, i fondi messi a disposizione della banca. Dai conti correnti sono stati ritirati quasi 800 milioni e altri 140 sono usciti dai depositi vincolati. Le obbligazioni sono diminuite di 1,4 miliardi. Ieri Salvatore Maccarone, presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi, ha spiegato che lo Schema volontario del Fitd (che ha sottoscritto il convertibile da 320 milioni di Carige) «aspetta la proposta di Blackrock (per la banca, ndr); temo sarà inevitabile convertire. Io preferirei il rimborso dei titoli». La banca, ha detto, ha pagato la prima cedola maggiorata del prestito.

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