L’addio alla regina del balletto

Carla Fracci, e l’Italia comprese che la danza è arte

È morta all'età di 84 anni la regina della danza italiana. Nata nel 1936 a Milano, qui ha costruito la parte centrale della sua carriera studiando nella scuola di ballo della Scala, di cui poi è diventata étoile

di Silvia Poletti

Addio a Carla Fracci: diva della danza mondiale

3' di lettura

Ora che se n'è andata per sempre, si è spenta davvero quella luce che era una delle sue qualità più rare. Anche quando, ormai fragile più che mai in quella recente, benedetta masterclass su Giselle voluta da Manuel Legris si muoveva tra i giovani ballerini scaligeri per regalare loro momenti di sapienza interpretativa, spiccava quella luminosità rarefatta, unica, delle vere stelle.

Oggi quei video sono l'ultima testimonianza del magistero di un'artista che non solo ha segnato la storia della danza del secondo Novecento ma soprattutto, in un'Italia che si stava svegliando alla modernità grazie a nuovi artisti e intellettuali, ha incarnato l'idea che anche la danza fosse una forma artistica alta, capace di ispirare i massimi poeti italiani (celebri le poesie a lei dedicate da Montale o da Eduardo) e geniali registi (Visconti, Fellini e Bolognini, tra questi).

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Un’arte fortificata dalla fatica

Eppure “la” Carla era anche altro dall'eterea musa evanescente immortalata in nuvole di tulle impalpabili studiati appositamente - il grande artigianato teatrale - per accrescere la sua natura eterea e appunto lucente di danzatrice romantica. Quando l'ascoltavi parlare balzavano evidenti i segni del duro lavoro, della fatica tenace e caparbia, della forza di volontà con cui giorno dopo giorno affrontava la routine fisica dell'allenamento e delle prove.

Usava spesso dire: «bisogna rimboccarsi le maniche» e in quella frase si indovinava come lavorare - appunto “faticare” - fosse il motore per arrivare, ma anche un monito a rimanere sempre con i piedi per terra, non dare niente per scontato, piuttosto fare ogni giorno il proprio dovere per guadagnare “la pagnotta” e soprattutto dignità. La politica del “fare” piuttosto che dell'apparire, insomma.

Addio a Carla Fracci, ha danzato con i più grandi

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Il successo di una figlia del popolo

Certo questa concretezza le derivava dalle ben note origini operaie, che contribuirono a farle avere ben presto un consenso popolare mai visto prima di allora in Italia nei confronti di una danzatrice, ma era anche l'ingrediente essenziale del suo fascino elusivo e misterioso, che fece scrivere al critico musicale Lorenzo Arruga (nel più bel libro su lei) di come «da tutto» si rivelava «come un personaggio intenso e complesso, che si esprime in semplicità confortante».

Lungo questo duplice percorso, tra cielo e terra, tra arte e quotidianità, la Fracci ha segnato insomma uno spartiacque nella comprensione e considerazione della danza in Italia. E proprio questa missione (ancor più dei trionfi mondiali da New York a Mosca, a Londra accanto a Nureyev e Erick Bruhn, Baryshnikov, Paolo Bortoluzzi o Gheorge Jancu) va oggi ripensata. Così come il senso dei suoi spettacoli nei teatri tenda ( «Ieri sera ero alla Scala, ma oggi sono fiera di ballare tra le galline», disse in una intervista),o la scelta precocissima di lasciare la comfort zone dei classici - Giselle, La Sylphide, Coppelia - per esplorare in maniera spesso sconvolgente personaggi e storie dure e attuali (da Lady Macbeth a Gelsomina, da Mila di Codro a Medea) o ancora l'idea inascoltata di creare una compagnia di balletto nazionale che preservasse l'arte da quella decadenza che lei sentiva - a ragione - incombente in Italia.

Il connubio felice con Beppe Menegatti

Spesso ci si chiede se Carla sarebbe stata la Fracci senza i suggerimenti e le invenzioni del compagno di vita e di arte Beppe Menegatti, di fatto per lei l’anello di congiunzione tra quei giovani leoni del teatro italiano in rinascita del secondo dopoguerra e l'artigianato teatrale più alto. Chissà… Certo sono stati uno per l'altra. Il connubio è stato inscindibile e ha segnato praticamente tutte le tappe della vita della danzatrice: dalla nascita di Francesco ai vari step della professione, compresa l’importante direzione del Ballo dell'Opera di Roma, ultimo impegno ufficiale prima del “ritiro”. Un ritiro solo formale, comunque. Perché lei c’era, e c'è stata fino all'ultimo: pronta a testimoniare la sua esperienza e soprattutto a evidenziare le problematiche di quest'arte fragile e spesso incompresa.


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