LEADER DELLA CRESCITA 2019

Carlo Ratti: «Così aiuto il mondo a mutare, in meglio»

di Antonio Larizza

2' di lettura

Lo studio di design Carlo Ratti associati (Cra), nato a Torino, sedi a Londra e New York, sviluppa progetti a scale diverse: dall’arredo alla pianificazione urbana. Combinando sensibilità progettuale e tecnologie digitali, mira a realizzare spazi e oggetti sensibili. Tra i progetti recenti, il masterplan per Mind (Milan innovation district), per l’ex area Expo a Milano, un grattacielo a Singapore e il progetto per la biblioteca nazionale di Taiwan. Lo studio – presente nella classifica «Leader della crescita» stilata da Il Sole-24Ore e Statista - è tra i primi 30 in Italia per fatturato. Occupa circa 50 persone, tra dipendenti e collaboratori.

Ratti, come è iniziata questa avventura?
Nel 2003 io e mia cugina Chiara Morandini eravamo due architetti trentenni squattrinati, venivamo da esperienze internazionali e volevamo creare qualcosa di diverso. Siamo partiti da uno spazio che era stato lo studio di mio nonno, uno dei più prolifici ingegneri strutturali del Novecento.

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I primi progetti importanti?
Il Dehors Trussardi in Piazza della Scala a Milano, primo giardino verticale sospeso in Italia e il Digital Water Pavilion, architettura d’acqua per l’Expo di Zaragoza del 2008, capace di ascoltare e reagire alle persone e nominata da Time Magazine «miglior invenzione dell’anno».

L'America e il Mit di Boston, dove oggi lei è di casa…
Sono finito al Mit per caso. Nel 2000 stavo per completare il dottorato a Cambridge e incontrai il preside della Scuola di architettura e progettazione del Mit, che mi invitò a continuare la mia ricerca negli Stati Uniti. Feci domanda per una borsa Fulbright e la vinsi. Al Mit iniziai a lavorare con il professor Hiroshi Ishi, appassionato del modo in cui bits e atomi si incontrano nella vita di tutti i giorni. Sono stati questi studi a portarmi, un paio d’anni dopo, a fondare un mio gruppo di ricerca: il Senseable City Lab, un laboratorio dove proviamo ad immaginare come le nuove tecnologie modificano il modo in cui comprendiamo, progettiamo e, infine, viviamo le città.

Progettare le città significa anche influenzare l’umanità del futuro?
Sì. Credo che proprio per questo il nostro lavoro sia fondamentale. Per il semplice fatto di essere stato proposto, esplorato e discusso, un progetto ha necessariamente un impatto.

Sente questa responsabilità?
L’architettura è inutile se non stimola l’immaginazione e il dibattito. I progettisti producono mutazioni del mondo artificiale, alcune delle quali cresceranno, si evolveranno e si svilupperanno, cambiando il futuro nostro e delle nostre città. Il compito di architetti e ingegneri è proprio quello di essere agenti mutageni dell’oggi.

Chi è “veramente” Carlo Ratti?
Amo viaggiare, veleggiare e volare, sto facendo pratica per la licenza di pilota. E violare, le idee convenzionali.

Il suo stato ideale?
Mi piacerebbe fare il “curioso di professione”, seguendo l’invito che Jim rivolge a Catherine e Jules nel film Jules&Jim di François Truffaut.

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