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Carlo Rizzo: «La vera innovazione nasce dalla cross-fertilization»

Secondo il curatore Carlo Rizzo risolvere problemi tangibili usando in modo creativo tutte le tecnologie può elevare l’essere umano al pari dell’arte

di Laura La Posta

Carlo Rizzo

5' di lettura

Parola d’ordine: cross fertilization. È questa la chiave della vera innovazione, sia essa dirompente o incrementale (vale a dire migliorativa di innovazioni precedenti). Ne è sicuro Carlo Rizzo, curatore di Prototypes for Humanity, la manifestazione talent scout delle cento più promettenti innovazioni globali. Rizzo è una figura chiave nel team creato da Tadeau Baldani Caravieri, direttore dell'evento-piattaforma fortemente voluto e promosso dall’Emirato di Dubai. Il concept della manifestazione riflette infatti anche la sua visione.

La cross fertilization come metodo per innovare

«Le innovazioni in vetrina a Prototypes for Humanity e ora sul mercato, a disposizione degli investitori, nascono tutte, a ben vedere, da team misti di giovani ricercatori e maturi professori, di esperti in tecnologie e di specialisti nell’ambito del design e della comunicazione – spiega Rizzo -. E anche tra i ricercatori, in molti team lavoravano in armonia chimici, ingegneri, informatici, esperti di business e di marketing, attivisti sociali, designer. Dal melting pot delle loro competenze e provenienze diverse sono nati i cento progetti che abbiamo selezionato, frutto dell’entusiasmo giovanile dei neo-laureati o PhD e dell’esperienza dei loro navigati docenti».
La cross fertilization sta proseguendo anche a manifestazione conclusa. «Tanti fattori hanno contribuito a creare una fertile e coesa comunità di innovatori: l’esposizione comune dei progetti, la presentazione a investitori e organizzatori, i workshop organizzati per favorire il networking tra i professori, la formazione imprenditoriale erogata ai ricercatori a Dubai, il prosieguo del dialogo sulla piattaforma online dedicata al progetto – racconta Rizzo -. Così, alcuni ricercatori di team diversi stanno pensando di collaborare tra loro, perché le loro innovazioni possono essere combinate assieme per creare maggiore valore e servizio offerto. Alcuni docenti di università diverse hanno promesso di collaborare con i colleghi di altri atenei, continenti e specializzazioni conosciuti a Dubai. E molti ricercatori, entusiasti dell’esperienza vissuta e del successo conseguito, hanno deciso di brevettare l’invenzione e di creare una startup, parallelamente al percorso di studi che proseguirà nei laboratori di ricerca o nei corsi di PhD. Ora Prototypes for Humanity è in raccordo stretto con le Università, intese non come torri chiuse ma come centri di networking e snodi fondamentali della Ricerca & Sviluppo migliore, quella all’intersezione tra problemi e soluzioni. Siamo orgogliosi di avere contribuito a questo movimento bottom-up, dal basso, e grati al Governo e alle agenzie degli Emirati arabi uniti che hanno creduto in questo progetto».

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L’arte come modello per disseminare le innovazioni

Anche Carlo Rizzo, del resto, è un riuscito esempio vivente degli effetti benefici della cross-fertilization. Alle tecnologie, infatti, è arrivato tramite l’arte. Questo brillante globetrotter internazionale, infatti, ha un passato e un presente da stimato curatore d’arte. Il curatore d’arte è la figura chiave che cura il concept e l’organizzazione dell’esposizione artistica all’interno di centri culturali, musei, fondazioni, gallerie, collezioni private. Si occupa di contattare gli artisti, scegliere le opere, allestire lo spazio in cui si terrà l’esposizione, e prima ancora di scegliere la chiave interpretativa e comunicarne il senso ai committenti e all’esterno dell’organizzazione. In questo ruolo, Rizzo ha curato diversi progetti, collezioni ed esibizioni artistiche in spazi pubblici e privati. Parallelamente, ha avuto l'intuizione di trattare le innovazioni come opere d'arte e di spiegarle nella loro capacità di elevare l'essere umano verso nuove vette, al pari delle arti. Un approccio a sua volta innovativo.
Nell’ambito di Prototipes for Humanity, infatti, le invenzioni, le tecnologie, le innovazioni in mostra sono proposte senza usare il linguaggio tecnico che di solito ha l’effetto di allontanare gli altri (investitori compresi) da quanto realizzato. Il risultato? Oltre ogni aspettativa.
«Chiunque sia entrato in contatto con questa manifestazione e con il suo sito internet, dove il dialogo continua 365 giorni all’anno, riferisce di avere tratto grande ispirazione dall’esperienza - racconta Rizzo -. E questo perché, scegliendo i progetti e poi comunicandoli, abbiamo ragionato prioritariamente in termini di impatto sociale, ambientale, culturale, non su quanto fossero sofisticate e nuove le tecnologie impiegate. Infatti, alcuni progetti, come ad esempio quello della Naba (Nuova accademia di belle arti) di Milano (vale a dire lo smalto anti-stupro che rivela le droghe nelle bevande), non erano incentrati su un nuovo brevetto o una nuova scoperta, ma piuttosto rappresentavano innovazioni incrementali, che attraverso un uso innovativo di tante tecnologie forniscono servizi e prodotti nuovi in grado di risolvere problemi tangibili».

La diversity degli innovatori fattore chiave di successo

Un altro elemento chiave alla base del successo della manifestazione di Dubai è la diversity tra i partecipanti. Nella parte espositiva, al Dubai international financial centre (Difc), erano presenti fianco a fianco ricercatori delle più prestigiose (e costose) università del mondo (come il Mit, Oxford, Cambridge) e loro colleghi degli atenei dei Paesi emergenti o in via di sviluppo. Uomini e donne, di tutte le religioni e provenienze culturali e geografiche, accomunati da un entusiasmo contagioso, dalla gratitudine per essere stati riconosciuti e celebrati come innovatori e dal fermo proposito di continuare a innovare.
«Quest’anno abbiamo vagliato oltre duemila candidature da 47 Paesi e 86 università – racconta Rizzo -. Molti sono stati scoperti e chiamati da noi, perché avevano vinto concorsi locali; le loro università poco avvezze ad attività di marketing e comunicazione non li avevano però candidati. Due persone del nostro team hanno impiegato nove mesi a cercare progetti. Questo lavoro è stato fondamentale, altrimenti avrebbero partecipano solo le università più ricche e celebri e ci saremmo persi una larga fetta dei progetti più interessanti. Il database di Prototypes for Humanity è poi confluito online in quello della manifestazione che l'ha preceduta, Global Grad Show. Così ora abbiamo creato una grande banca dati dell’innovazione, basata sulla selezione di oltre 7mila candidature da quasi 500 università in 100 Paesi circa, dal 2020 a oggi».

Il network tra innovatori leva di crescita

Prossimi passi: continuare a crescere raggiungendo tre obiettivi. «Il primo: creare un report sull’innovazione universitaria a impatto sociale, che sia un punto di riferimento internazionale sul tema - spiega Rizzo -. Il secondo: spingere il network dei professori e delle Università, favorendo la nascita di una community in grado di lavorare assieme. È quanto ci hanno chiesto i docenti nell'ambito dei workshop che abbiamo organizzato a Dubai nel corso della manifestazione. Il loro appello è stato: aiutate a connetterci fra di noi. Il terzo obiettivo è ancora più ambizioso: aiutare gli innovatori a diventare imprenditori o fondatori di startup, spingendoli a trovare investitori e a lanciare i loro prodotti sul mercato. Molti sono arrivati a Dubai con scarsa fiducia nelle istituzioni e nella volontà degli investitori e dei Governi di finanziare progetti per il bene comune. Tutti sono tornati a casa ricaricati, con l’entusiasmo a mille, e la fiducia nella capacità salvifica delle innovazioni». Al pari dell’arte sull’animo umano.

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