ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl ricordo

Carlo Vichi, il tele-visionario che rubò quote di mercato ai grandi del piccolo schermo

Dalle radio a transistor ai tv color, il patron della Mivar è una leggenda che se ne va lasciando una fabbrica modello come monumento a una carriera

di Stefano Elli

2' di lettura

Nel mondo dei televisori Carlo Vichi, morto a 98 anni, era diventato una leggenda. E sulle leggende, si sa, altre leggende nascono e si moltiplicano, spesso fuori controllo. Come quella, mai verificata, secondo la quale durante gli anni di piombo, nello stabilimento Mivar di Abbiategrasso si fosse fatto costruire un bunker. Di essere di estrema destra non ha mai fatto un mistero, il Vichi. Ti diceva: «Io non sono fascista. Sono Nazionalsocialista». E te lo diceva con lo sguardo divertito dei Pierini che, dopo averne combinata una delle loro, ti scrutano per studiare le tue reazioni.

Lo fosse o meno, di sicuro era un genio. Perché soltanto un genio può iniziare riparando radio a transistor nel 1945 per arrivare a creare un colosso in grado di produrre un milione di televisori all’anno e insidiare quote di mercato a marchi quali Telefunken, Grundig e, in seguito, Sony. Erano i tempi dei tubi catodici. Quando i televisori erano più profondi che larghi. Il colore (sistema Pal) era arrivato nel 72, sperimentato (solo sperimentato) nel corso dei Giochi Olimpici di Monaco.

Loading...

Una magia. E di quella magia lui si impadronì subito. La Mivar (l’acronimo sta per Milano Vichi apparecchi radiofonici) grazie all’ottimo prezzo e alla qualità (i suoi televisori si guastavano solo a colpi di mazza da baseball) si fece largo nel mondo dei grandi brand. Era un uomo concreto. Lo intervistammo per Rete4 nel 1997. Accolse me, l’operatore di ripresa e il fonico, vestito “da fabbrica”. Maglia blu, pantaloni da lavoro e mocassini neri. La barba incolta prima che diventasse di moda. Mangiammo in mensa. Ci accompagnò a visitare lo stabilimento. Non percepimmo alcuna distanza tra lui e le maestranze, come si diceva una volta.

Gli operai lo salutavano, senza deferenza, senza scappellarsi. Come fosse un collega qualunque. Lui ti guardava, capiva quello a cui stavi pensando e diceva: «Non ho problemi con i sindacati. Qui chi lavora bene viene trattato bene”. I modi bruschi forse erano solo una posa. Un vezzo teatrale di chi sa di essere suo malgrado diventato un personaggio. Tre gli errori che forse ha commesso: non prepararsi a una successione aziendale (i figli decisero di intraprendere tutt’altre strade), non credere fino in fondo allo sviluppo degli schermi piatti, e impiantare ad Abbiategrasso una seconda fabbrica, modernissima e perfetta, 120mila metri quadrati, ma mai entrata in funzione. Lui continuò a tenerla linda, pronta a diventare operativa. Disponibile ad offrirla gratis a chiunque assumesse 1.200 persone. Forse il vero monumento a Carlo Vichi.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti