L’Italsider di Genova

Carmi e l’utopia siderurgica di Cornigliano

L’artista genovese, ex chimico, aveva provato, con una serie di geniali codici di colore e pittogrammi a modificare, a beneficio degli operai, il grigiore che attribuiamo alla fabbrica. Il monumento a Guido Rossa

di Giuseppe Lupo


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Uno scatto di Kurt Blum all’interno dello stabilimento della Italsider di Cornegliano (in una foto dei primi anni 60) (Courtesy dell’Archivio Eugenio Carmi )

5' di lettura

Il palazzo con la facciata quadrata in marmo, che fino a pochi decenni fa, a Genova, ospitava la sede dirigenziale dell’Italsider di Cornigliano, è diventato un elegante hotel, ma esprime ancora l’asciutta sobrietà del razionalismo anni Trenta, in cui fu costruito. Se non ci fossero i fregi alle inferriate e le decorazioni sull’architrave d’ingresso (martelli, tenaglie, un operaio che percuote metalli, un suo collega che provvede alla colata), nessun altro segno oggi ricorderebbe il suo legame con la stagione che Umberto Eco ha definito «utopia siderurgica».

Acciaio e sperimentazioni

L’espressione nasceva dalle sperimentazioni di Eugenio Carmi, un artista che Gian Lupo Osti, all’epoca dirigente dell’azienda di Stato, chiamò come responsabile della comunicazione. Carmi era genovese, aveva studiato chimica al Politecnico di Zurigo e nel secondo dopoguerra, quando disegnava i suoi quadri, non aveva dimenticato le maniere di un astrattismo rielaborato sulle forme del precedente decennio, sviluppandolo a modo suo, nelle variazioni cromatiche con cui mediare fra invenzione artistica e uso dei metalli. Eco era rimasto colpito dalla strana combinazione di simboli con cui, per esempio, dovendo informare gli operai sui pericoli di infortuni, Carmi ingigantiva la parte del corpo potenzialmente interessata - la testa, i piedi, le mani, gli occhi - e la rappresentava su cartelloni con tratti fanciulleschi. Originali erano anche le cartelle per raccogliere documenti, suddivise non da scritte, ma dall’accoppiata tra colori e geometrie: quadrati, cerchi, rettangoli. Una fabbrica che produceva acciaio e che nell’immaginario comune era prigioniera del grigio o del nero, al massimo del rosso incandescente, grazie a Carmi si trasformava in una ludica galleria di segni. Le tinte scure dei laminatoi, la sporcizia del carbone e del coke, le fiammate infernali degli altoforni trovavano il loro paragone nelle esplosioni variopinte con cui l’Italsider veniva raccontata attraverso le pagine della rivista «Cornigliano». In un’Italia che stava abbandonando le foto in bianco e nero, realizzare una tavola a sfondo rosso e con schizzi gialli, viola, neri e intitolarla «Colata», come quella che dipinse Carmi per la copertina del numero di dicembre 1957, poteva sembrare una provocazione, ma significava anche percorrere l’azzardo della fantasia, mettersi alla ricerca di uno stile, che a Cornigliano si studiò e si raggiunse puntando sulla spregiudicata libertà delle tinte. Tutto avveniva sul filo della matita.

Alla Italsider di Cornigliano, fra acciaio, operai e i colori di Eugenio Carmi

Alla Italsider di Cornigliano, fra acciaio, operai e i colori di Eugenio Carmi

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Uno stile industriale

In quegli anni, oltre agli intellettuali di fabbrica, esistevano anche i pittori di fabbrica. Per le copertine della rivista Carmi chiamò a raccolta, Calder, Capogrossi, Vasarely, Gentilini, Scanavino, Mathieu, Vespignani, Manzi, Burri, Pomodoro, Fabbri, Kounellis. Nino Franchina lavorò addirittura nell’Officina Riparazione di Cornigliano, recuperò materiali di scarto - tubi, lamiere, pezzi di ferro - che nel 1959 gli servirono per realizzare una scultura intitolata «Commessa 60124», donata alla città di Genova e poi andata perduta. Lo stesso Carmi chiedeva il supporto degli operai per le sculture che poi furono esposte al Festival dei Due Mondi di Spoleto, nel 1962. L’idea che un capannone siderurgico potesse diventare lo studio di un pittore è un paradosso a cui in tanti, negli anni Cinquanta e Sessanta, prestarono l’intelligenza. Oggi di quei colori rimane un reperto malinconico al centro di una piccola rotatoria: la vite di pressione Gabbia cilindri tap 1.

Si trova di fronte a un edificio di recente costruzione da dove si accede allo stabilimento che è nelle mani della cordata franco-indiana ArcelorMittal, subentrata alla famiglia Riva. L’ingegnere Giovanni Motto, che mi accompagna a visitare l’area, mi mostra la Gabbia cilindri tap 1 quasi di sfuggita: è un avanzo storico più che una scultura, anche se la sua identità di fossile industriale manifesta un suo garbo nel celeste pastello delle parti esterne e nel rosso spento con cui sono colorati gli ingranaggi interni.

Poco più in là di questo piccolo monumento, oltre una cancellata, la ruggine copre i tralicci dei nastri trasportatori. L’area non è paragonabile a com’era un tempo. Il fiume Polcevera segnava il confine a oriente, la ferrovia a nord e, se non ci fosse qualche auto parcheggiata in uno spiazzo di asfalto rovente, chiunque sarebbe autorizzato a pensare che sia un luogo dismesso.

Dopo il Novecento

L’acciaio continua a essere lavorato e venduto, ma non è più prodotto mediante i processi a caldo. È finito da almeno quindici anni il tempo in cui, a un passo dal mare di ponente, il carbon fossile veniva trasformato in carbon coke e a ogni colata si liberavano gli sbuffi del fumo.

L’unico edificio rimasto in piedi è una vecchia centrale di mattoni rossi che ha l’aspetto di una costruzione Lego, ma è troppo sproporzionata rispetto a tutto ciò che sta ai suoi piedi: sbarre, magazzini di rotoli zincati, cancelli, parcheggi con auto senza ruote, senza vetri, alcune con il marchio Ilva sulle portiere, messe in fila come in un cimitero dimenticato.

Il quartiere di Cornigliano, ad attraversarlo lungo la via principale, non sembra un luogo dominato dalla dimensione operaia. Si vedono palazzi a quattro, cinque piani, composti da finestre più che da balconi, ma dall’aspetto di abitazioni turistiche. Per ritrovare i segni di una periferia industriale, bisogna entrare negli incroci secondari, dove l’ombra degli spigoli taglia a metà la vetrina di un bar, qualche negozio di casalinghi o di generi alimentari. Il Novecento è finito da un bel pezzo e il postmoderno chiede anche qui i suoi riti.

Poi però, a sorpresa, si spalanca un cancello che immette a un parco dalle ambizioni signorili e in questo paesaggio di allucinata malinconia risulta vistosa la presenza di una villa settecentesca, appartenuta alla famiglia Durazzo Bombrini, che la utilizzava per le vacanze estive. L’Italsider l’aveva acquistata per farne una sede di rappresentanza. Ha la facciata d’una eleganza austera e riservata, di quel colore giallo che un po’ ricorda i palazzi della Milano di Maria Teresa d’Austria o della Parma dei Lorena, ed è circondata da piante centenarie, statue. Non ha nulla in comune con i condomini che le stanno intorno, non una pietra delle aiuole potrebbe condividere il destino siderurgico, eppure c’è qualche legame con il mondo delle bandiere operaie. Si trova a pochi metri dall’ingresso posteriore, su uno dei vialetti di ghiaia, ed è la scultura in pietra dedicata alla memoria di Guido Rossa, il delegato sindacale ammazzato dalle Brigate Rosse, il 24 gennaio 1979. Lavorava in una delle officine Italsider, in un luogo che non c’è più. Sembra l’ennesima contraddizione di questo quartiere che già respira l’aria di un medio ponente. La statua raffigura Guido Rossa in una posizione insolita per essere immortalata, mentre siede su una roccia e con uno zaino in spalla. Anche gli operai hanno diritto di godere della bellezza. Il piombo del terrorismo non li ha distratti.

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