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Carne di agnello, gli italiani premiano la produzione Igp

Segnali positivi per il resto dell’anno dopo il buon risultato di Pasqua. Per Ismea nel 2020 sono cresciuti gli acquisti domestici e rimaste stabili le macellazioni dei capi di provenienza nazionale.

di Emiliano Sgambato

(Alexander Raths - stock.adobe.com)

3' di lettura

Uno degli effetti della pandemia in campo agroalimentare è stato il ritorno alle tradizioni e al made in Italy. Una tendenza a cui non sembrano sfuggire nemmeno i consumi di carne di agnello, con il buon andamento in occasione della Pasqua, dopo anni di crisi. E nonostante la chiusura dei ristoranti, che sembra aver penalizzato soprattutto le importazioni. Già nel corso del 2020 c’erano stati segnali di un cambio di trend: per capire se si tratti di una vera svolta bisognerà aspettare, ma intanto gli allevatori possono festeggiare grazie a prezzi alla produzione in netto rialzo.

Il report Ismea

Una fotografia del settore della carne ovina e caprina – che conta poco più di 138mila allevamenti per oltre 7,5 milioni di capi – l’ha scattata un report disponibile sul sito Ismeamercati:  il declino dei consumi (-21% in quantità dal 2015 al 2019) «sembra arrestarsi nel 2020», con «segnali positivi anche nei primi mesi di quest’anno», si legge nel report.

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Con la spesa domestica che è cresciuta del 3,7% in valore e sostanzialmente invariata in volume (+0,2%). Lo scorso anno, inoltre, «a fronte di una flessione complessiva delle macellazioni (-4,1%) sono rimasti pressoché stabili i capi di provenienza italiana e a ridursi sono stati quelli di provenienza estera (-36%)». Anche se il deficit della bilancia commerciale si è ridotto a 145 milioni, rimane comunque elevato il fabbisogno coperto dall’import che nel 2019 era arrivato al 64%.

Cresce invece l’importanza della quota di prodotto certificato, che rappresenta «più di un quinto della produzione nazionale», di cui l’80% è Agnello di Sardegna Igp. Sul fronte dei prezzi riconosciuti agli allevatori, dopo che per la Pasqua 2020 si è assistito a un «tracollo dei listini per gli agnelli (-16% rispetto alla Pasqua 2019)», gli aiuti concessi sia a livello Ue sia nel decreto Competitività hanno «stabilizzato il mercato, facilitandone la ripresa negli ultimi tre mesi del 2020», con le quotazioni che per Natale (le due festività coprono il 50% dei consumi) sono tornate al livello del 2019 e che nei primi mesi di quest’anno hanno continuato a crescere.

Crescono i Consorzi Igp

«Per Pasqua è stato raggiunto il prezzo record di 5,5 euro al chilo per l’animale vivo – conferma Battista Cualbu, alla guida del Consorzio Agnello di Sardegna Igp (Contas) e presidente regionale Coldiretti – e anche in questi giorni le quotazioni continuano a essere su buoni livelli. Nonostante la chiusura degli agriturismi, per noi molto importanti, siamo premiati dai consumi che prediligono i prodotti certificati, italiani e di qualità. Sta aumentando l’attenzione e la sensibilità a favore dell’origine di ciò che mangiamo, alla salute e all’economia dei territori».

Le aspettative per quest’anno sono quindi di poter accrescere in modo significativo i 40 milioni di giro d’affari registrato nel 2020, dove il mercato ha retto anche grazie al contributo straordinario di 9 euro a capo per le macellazioni di marzo e aprile. «I contributi sono stati stanziati e dovrebbero arrivare a breve, ma per ora non li abbiamo ancora incassati», precisa Cualbu. Che da un lato sottolinea il lavoro di promozione e valorizzazione svolto dal Consorzio, insieme alle altre due Igp (Agnello del Centro Italia e Abbacchio Romano) volto anche alla destagionalizzazione dei consumi e all’allungamento della durata del prodotto “a scaffale”. Dall’altro chiede una maggiore tutela contro le frodi del falso Made in Italy: «Attualmente – spiega – chi spaccia per ovini sardi animali d’importazione rischia una multa di poche migliaia di euro, noi sosteniamo una legge che preveda il divieto di continuare l’attività. Speriamo si concretizzi presto la riforma Caselli sui reati agroalimentari ».

I consumi degli italiani sostituiti da quelli degli immigrati

Piero Camilli, vice presidente di Assocarni e alla guida della Ilco (Industria lavorazione carni ovine), sottolinea un aspetto che con la tradizione ha poco a che fare: «A sostenere un comparto che vale almeno 350 milioni (e che se si comprende il latte supera 1,6 miliardi) sono soprattutto gli immigrati che mangiano una quantità di carne ovina di gran lunga superiore a quelle che consumano gli italiani. Questo contribuisce anche a distribuire i consumi durante tutto l’anno. E se è vero che c’è un maggior apprezzamento del prodotto nazionale, è anche vero che ormai anche i prezzi dell’import sono saliti e lo rendono meno conveniente».

Non si può comunque parlare secondo Camilli di un cambio di tendenza generale: «Il patrimonio ovino italiano sta calando, il lavoro del pastore è faticoso e poco remunerativo, e i giovani mangiano molta meno carne ovina rispetto alle generazioni passate. Servirebbe una miglior comunicazione del valore nutrizionale della carne di agnello».

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