il 69esimo compleanno di meneghin

Caro Dino ti scrivo: perché il basket in fondo è cuore, non statistiche

di Mattia Losi


(FOTOGRAMMA)

4' di lettura

Ricevo e pubblico volentieri, firmata da chi di basket se ne intende davvero, una lettera per Dino Meneghin. Semplicemente il miglior cestista italiano di sempre e uno dei più grandi a livello mondiale nella storia di questo meraviglioso sport.

Caro Dino,
dopo tanti anni di silenzio ho deciso di scriverti in occasione del tuo compleanno. Per la precisione dopo 69 anni, non proprio pochissimi, che sono certo vivrai come hai sempre fatto: con il cuore e lo spirito di un ragazzino. Ti ho visto nascere, anche se tu non potevi saperlo, in un piccolo paesino in provincia di Belluno: Alano di Piave, frazione di Fener, che fino ad allora era persino difficile rintracciare su una carta geografica.

Ho capito subito che saresti stato speciale, per cui non ho fatto caso più di tanto alle frequentazioni sportive perlomeno improbabili dei tuoi primi anni di vita: quando, siccome eri alto, grande e grosso, hanno cercato di fare di te... un discobolo. Sapevo che in realtà stavi marciando sicuro verso l’incontro decisivo della tua vita, con quel Nico Messina che avrebbe scritto pagine indelebili del basket italiano. Avevi 13 anni, la tua famiglia si era trasferita a Varese, e vedendoti troneggiare su tutti i tuoi compagni, al “professore” bastò farti fare un rapido giro di campo, ingolfato in un cappotto che sarebbe andato largo alla maggior parte degli adulti. Correvi nel modo giusto, anche se non avevi mai visto una palla a spicchi, e Nico Messina ti fece entrare nel mondo della pallacanestro dalla porta principale, quella della grande Ignis Varese.

Quell’ingresso rapido e facile, quasi sulla fiducia, te lo sei guadagnato e meritato giorno dopo giorno, anno dopo anno. Hai saputo imparare, con umiltà, cercando di migliorarti anche quando, da campione affermato a livello internazionale, sarebbe stato facilissimo sedersi sugli allori e vivere di rendita. Ti ho visto segnare a raffica quando serviva alla squadra, e con la stessa gioia mettere a segno pochissimi punti perché, sempre a raffica, potessero segnare i tuoi compagni. Mai superbo, mai egoista.

Ti ho visto interpretare il nostro gioco nel modo più giusto e più vero: al servizio della squadra. Semplicemente, facevi quello che serviva per vincere. Non per mettere in mostra Dino Meneghin. Per vincere. E così facendo hai vinto tanto, tantissimo. Come sapevo fin dall’inizio, ti ho visto portare a casa, con le maglie di Varese e di Milano, titoli nazionali a mazzi, sollevare Coppe dei Campioni e Coppe Intercontinentali, trionfare con la Nazionale italiana, essere il perno insostituibile di squadre vincenti che erano tali perchè la, in mezzo al campo, c’eri tu. Disposto a fare qualsiasi cosa fosse necessario fare, a lottare fino all’ultimo secondo. Rendendo migliori tutti quelli che giocavano insieme a te.

Certo, il fisico ti ha aiutato: inutile negarlo. Eppure in vent’anni di carriera irripetibile ti hanno messo inutilmente contro il meglio della pallacanestro italiana, europea e mondiale. Tutti i tuoi avversari hanno lasciato il campo, dopo averti incontrato, con la certezza di aver trovato un ostacolo insormontabile, un rivale onesto ma durissimo, un campione che non cedeva di un solo millimetro. Non eri il più alto, non eri il più forte, non eri il più veloce: eppure eri il migliore. Hai onorato il nostro gioco passando sopra gli infortuni, ignorando il dolore. Non hai mai cercato scuse facili, non hai mai dato la colpa agli ”altri”, hai giustificato le sconfitte sottolineando i tuoi errori e celebrato le vittorie dando merito ai tuoi compagni: nessuno escluso. Per te la squadra è sempre venuta prima di tutto. Prima di te stesso, prima della superiorità straripante con la quale avresti potuto facilmente rivendicare il merito di ogni trofeo.

Da quei primi passi da ragazzino, con addosso un cappotto troppo pesante, ti ho visto crescere, trasformarti prima in un giocatore e poi in un leader. Ti ho visto diventare la pedina irrinunciabile dei tuoi allenatori, il porto sicuro dei tuoi compagni, l’idolo dei tuoi tifosi. E quelli avversari, che ti insultavano con ferocia, lo facevano soltanto perché avevano paura.

Ti ho visto, sfidando le leggi del tempo, giocare ai massimi livelli contro tuo figlio: un privilegio concesso a pochissimi. Ti ho visto abbracciarlo quando, anni dopo la “tua” vittoria in Azzurro, è arrivato con la Nazionale italiana in cima all’Europa.

Ho un solo, grande rimpianto: non averti potuto accogliere nell’Nba, la terra natale del nostro sport. Sono certo che anche lì saresti stato Dino Meneghin. Ma ti ho visto entrare nella Hall of Fame, tra i più grandi di sempre.

Ho deciso di scriverti dopo tanti anni per augurarti buon compleanno, ma soprattutto per ringraziarti di quello che hai fatto: da me hai avuto molto, moltissimo, ma hai saputo restituirmi con gli interessi i talenti che ti ho regalato in quel lontano 18 gennaio 1950. E alla fine, cosa che finora ho detto a pochissimi campioni, sono io a essere in debito.

Ormai sono vecchio, molto più vecchio di te. Per la precisione sono nato il 21 dicembre 1891. In una città chiamata Springfield, in Massachusetts. Credo che il luogo ti dica qualcosa...

Si, Dino. Sono proprio io: il basket.

Grazie di tutto e buon compleanno.

P.S. Questo articolo è dedicato a tutti i giocatori, piccoli e grandi, che pensano che le statistiche personali descrivano la forza di un giocatore. E a tutti gli allenatori che, sbagliando, permettono loro di crederlo.

Tanti auguri Dino, e grazie anche da parte mia.

Per chi, nonostante tutto, continua a guardare i numeri:
Dino Meneghin, tra Varese e Milano, ha vinto 12 scudetti, sei Coppe Italia, sette Coppe dei Campioni, quattro Coppe Intercontinentali, due Coppe delle Coppe e una Coppa Korac. Con la Nazionale ha vinto l’argento olimpico a Mosca, nel 1980, ed è stato campione d’Europa a Nantes nel 1983. È stato eletto per due volte Mvp europeo (nell’80 e nell’83) e la rivista Giganti del Basket nel 1991 lo ha scelto come miglior giocatore europeo di tutti i tempi. È stato team manager a Milano (scudetto nel 1997) e in Nazionale (titolo europeo del 1999). È stato, dal 2009 al 2013, presidente della Federazione Nazionale Pallacanestro.

Non ha mai guardato le statistiche, perché ha sempre amato questo sport.

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