Il progetto

Caro energia: così il gas italiano può tagliare le bollette

Il Governo lavora per raddoppiare le estrazioni di metano dai giacimenti nazionali, da assegnare a prezzo convenzionato tramite gare

di Jacopo Giliberto

Gas, ripartono le estrazioni nazionali: ecco il piano regolatore

4' di lettura

Un’accelerazione potente per dare una riserva di energia all’Italia, alle famiglie e alle imprese prima della crisi annunciata e prima dei blackout bellici. Il progetto del Governo per raddoppiare da 3,34 miliardi di metri cubi ad almeno 7 miliardi di metri cubi l’estrazione di metano dai giacimenti nazionali — da assegnare a prezzo convenzionato tramite gare — potrebbe chiedere 2 miliardi di investimenti dopo anni di blocco a causa della moratoria no-triv, ma soprattutto potrebbe impiegare troppo tempo, non prima di 10 mesi per riaprire i polmoni dei giacimenti più sfiatati.
Servirebbe forse una cabina di regìa, ma più facilmente un commissario straordinario come era stato fatto per ricostruire in meno di 2 anni il ponte Morandi di Genova dopo la terrificante strage del crollo del 14 agosto 2018.
Queste potrebbero essere alcune delle ipotesi attorno cui lavora la squadra di Governo coordinata dalla Presidenza del consiglio per abbassare le bollette di luce e gas, moltiplicate dai rincari degli ultimi sei mesi, e anche per studiare toppe per la probabile emergenza energetica che si prospetta.

I metanodotti fuori tiro

Oltre al metano russo (28,4 miliardi di metri cubi nel 2021 su un fabbisogno italiano di 76,1) ci sono vie alternative per dare un po’ di respiro al fabbisogno di energia dell’Italia: non c’è solamente il progetto di raddoppiare in futuro da 10 a 20 miliardi di metri cubi l’anno la capacità di trasporto del Tap, il metanodotto dall’Azerbaigian che da un anno approda in Puglia.
C’è anche il Transmed che arriva dall’Algeria alla Sicilia, oggi usato molto meno della sua capacità di trasporto, che assomma a circa 30 miliardi di metri cubi l’anno.
Secondo i dati del bilancio del gas del ministero della Transizione ecologica, nel 2020 dall’Algeria lungo il fascio formato da tre tubazioni fra la Tunisia e Mazara del Vallo passarono 12 miliardi di metri cubi di metano, un terzo della capacità; nel 2021 l’utilizzo è quasi raddoppiato a 21,1 miliardi di metri cubi, +76,1%, due terzi della capacità.

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Un mese di autonomia negli stoccaggi mezzo pieni

Mezzo pieni o mezzo vuoti? Gli stoccaggi italiani di gas, vecchi giacimenti che vengono riempiti e svuotati secondo i fabbisogni, ora sono al 43,7% della capienza con circa 8-9 miliardi di metri cubi di metano.
In altre parole, in teoria gli stoccaggi contengono i consumi di un mese invernale qualora si interrompessero di colpo tutti gli altri approvvigionamenti, come i tre metanodotti dal sud (Algeria, Libia e Azerbaigian) e i tre rigassificatori che importano gas liquefatto (Adriatic Lng davanti alla costa di Rovigo, Olt di fronte a Livorno e Snam a Panigaglia La Spezia).
La Germania ha meno riserve stoccate dell’Italia in quantità e in percentuale di riempimento (32,7%). Ormai sono molto vuoti anche gli altri due Paesi europeo con grandi stoccaggi, cioè Francia e Olanda.

Giacimenti all’asta

Il Governo (a partire da Mario Draghi in prima persona, insieme con Daniele Franco all’Economia, Giancarlo Giorgetti allo Sviluppo economico e Roberto Cingolani alla Transizione ecologica) vuole raddoppiare l’estrazione di gas ad almeno 7 miliardi di metri cubi l’anno per ridurre le bollette del metano, come è ovvio, ma anche dell’elettricità, prodotta soprattutto bruciando metano.
Una delle ipotesi di lavoro potrebbe affidare al Gse (Gestore dei servizi energetici) l’incarico di bandire diverse gare, così come era avvenuto per l’assegnazione del gas degli stoccaggi nell’emergenza del 2010 e come il Gse fa abitualmente per assegnare capacità di energia elettrica rinnovabile.

Una gara servirebbe ad assegnare gli incarichi alle compagnie petrolifere che hanno i giacimenti da ripotenziare.
Il basket dei candidati (viene usata proprio la parola basket) vede in prima fila Eni, Energean, Shell e Gas Plus; una quota di metano potrebbe venire anche dalla Total, che però non ha quantità imponenti di gas associate al petrolio che viene estratto da Tempa Rossa (Basilicata), ed è già tutto destinato alla Regione Basilicata.

Una quota del gas aggiuntivo sarebbe da destinare alle famiglie.

Abbassare i costi per l’industria

Un’altra asta, in questo caso dal lato dei consumatori industriali, servirebbe a ripartire le disponibilità di gas fra le aziende dei settori più esposti agli schiaffoni energetici e alla concorrenza internazionale.
Qualche esempio a titolo indicativo: vetrerie, cartiere, ceramica, chimica (e tanti altri).
Le imprese consumatrici sperano in contratti decennali per almeno 3 miliardi di metri cubi l’anno con una base d’asta vicina ai 20 centesimi al metro cubo, che viene ritenuto un prezzo vicino ai costi di estrazione cui aggiungere la spesa sostenuta in investimento e anche un congruo rientro.
Si tratta, beninteso, di indicazioni sperate dai consumatori, e la Confindustria dovrà contemperare le esigenze delle imprese del lato fornitori con quelle delle imprese del lato utilizzatori di energia.

Derogare dal Pitesai

In cambio del sacrificio di vendere a prezzo convenzionato, le compagnie potrebbero chiedere facilitazioni sui giacimenti. È il caso di Argo e Cassiopea (10-12 miliardi di metri cubi sotto il fondale del Canale di Sicilia), dove sono già in corso gli investimenti dell’Eni per 700 milioni, ma potrebbe essere il caso — ma servirà molto più tempo e un dibattito dai toni che si annunciano feroci — l’Alto Adriatico tra Veneto e Istria (30-40 miliardi di metri cubi).
I giacimenti da raddoppiare dovrebbero essere posti fuori dai vincoli del Pitesai, il piano regolatore delle trivelle pubblicato la settimana scorsa.

Da uno a tre anni

Per avere al più presto quei 3-4 miliardi in più a prezzo contenuto servono due cose. Primo: accelerare il rilascio dei permessi e delle autorizzazioni, che sono di tipologie diverse fra loro. I più veloci, non meno di 10 mesi. I più complessi, almeno 3 anni.

Poi bisogna investire.
Dopo anni di moratoria che paralizza ogni investimento, sono giacimenti ormai stanchi, dotati di apparecchiature usurate, con riserve spompate. Per aumentare la produzione vanno cambiati impianti e soprattutto vanno perforati nuovi pozzi per strizzar fuori dal sottosuolo il gas ancora da sfruttare. Ma un gran numero sono giacimenti congelati perché erano stati fermati per legge, come i giacimenti emiliani surgelati da dieci anni per il terremoto del 2012.

Insomma, dal via libera servono anni per avere una crescita graduale della capacità di estrarre il gas.
(Ovviamente la novantina di miliardi di metri cubi di riserve stimate nel sottosuolo italiano non può essere estratta tutta in un anno. I giacimenti nazionali, qualora struttati intensivamente per oltre 10-12 miliardi di metri cubi l’anno possono dare un contributo per una decina d’anni, sostituendo una pari quantità di più inquinanti fonti d’importazione).

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