L’editoriale

Caro energia, interventi immediati o filiere ko

Il pericolo, per quanto riguarda l’Italia, è di trovarsi in tempi brevi con un gran numero d’imprese e d’intere filiere fuori mercato. Oggi sul Sole 24 Ore uno speciale di tre pagine

di Fabio Tamburini

(Eisenhans - stock.adobe.com)

2' di lettura

Fino a pochi giorni fa l'attenzione generale era rivolta all'approvazione (piuttosto travagliata) della legge di Bilancio per il 2022 e alla necessità di dare una spinta (decisiva) all'applicazione del Pnrr, che è il vero banco di prova per il Governo. Ora c'è il rischio che l'interesse dominante, perfino esclusivo, diventi la nomina del presidente della Repubblica. Anzi, purtroppo è tutt'altro che una eventualità. L'intero mondo dei partiti, infatti, risulta concentrato sulla partita che ha come posta in palio il futuro del Quirinale, cui viene collegato il destino dell'esecutivo.

La certezza è che manchi attenzione a un pericolo mortale per il Paese: il caro energia, con cui stanno facendo i conti le imprese e con cui dovranno farli, a partire dalle bollette dei prossimi mesi, le famiglie. Qui occorre fare attenzione. Certo chi soffrirà di più sono i settori produttivi grandi utilizzatori di energia, ma il problema riguarda tutte le aziende, costrette a rivedere i loro costi registrando aumenti stellari. In sintesi, rispetto al gennaio dell’anno scorso, devono sopportare il raddoppio dei costi dell’energia, come spiega uno degli articoli del Sole 24 Ore in edicola oggi, che affronta l’argomento dedicandovi tre pagine. Questo significa che intere filiere produttive entreranno in difficoltà crescenti, con la possibilità che diventino drammatiche in pochi mesi.

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Una seconda certezza è che servono come antidoto interventi strutturali, non solo pannicelli caldi come gli aiuti alle famiglie o alle stesse imprese per contrastare il caro bollette. Scelte del genere danno sollievi soltanto momentanei lasciando i problemi di fondo irrisolti. Il che significa gettare manciate di miliardi in una voragine. La necessità, prima di tutto, è rimediare a una mancanza di fondo: l’inesistenza di una politica europea in difesa dell’industria manifatturiera di tutti i Paesi, al di là delle loro fonti di approvvigionamento.

La situazione in Europa si presenta diversificata, con la Francia che ha mantenuto una forte presenza nel nucleare. Una fonte di produzione dell’energia che vive tre momenti: gli investimenti elevati nella costruzione delle centrali, la produzione di energia a basso costo, lo smantellamento degli impianti e lo smaltimento delle scorie nucleari. È evidente che sarebbe inaccettabile, e contrario alle regole europee sugli aiuti di Stato alle imprese, calcolare il costo effettivo dell’energia nucleare mettendo a carico dello Stato gli investimenti relativi al primo e terzo passaggio.

Servono interventi immediati. Il pericolo, per quanto riguarda l’Italia, è di trovarsi in tempi brevi con un gran numero d’imprese e d’intere filiere fuori mercato. Il che significa, tra l’altro, la perdita della seconda posizione nella classifica delle industrie manifatturiere europee. La Francia, che attualmente è al terzo posto, è pronta a cogliere l’attimo e a dare la spallata. A danno anche dell’industria tedesca, prima in graduatoria ma altrettanto sofferente. Tanto che esponenti di spicco dell’imprenditoria di quel Paese sono pronti a mettere in discussione perfino la localizzazione dei loro impianti, pronti a trasferirli dove l’energia costa meno.

La necessità è anche di soppesare con più attenzione le conseguenze delle scelte sui tempi della transizione energetica. L’impressione è che costi e benefici non siano stati valutati tenendo conto fino in fondo delle conseguenze. E soprattutto lasciando senza risposta una domanda fondamentale: chi pagherà, alla fine, i costi elevati del cambiamento?

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