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Caro Salvini, ecco perché la febbre dello spread è ancora alta

di Andrea Franceschi


Mutui, come tenere bassi i tassi e gli spread

4' di lettura

«Son contento perché di solito lo spread finisce sui giornali e in televisione solo quando cresce ma siamo tornati sui livelli precedenti al governo Lega-5stelle» ha recentemente dichiarato il vice-presidente del consiglio Matteo Salvini riferendosi al recente calo del differenziale di rendimento tra BTp e Bund. Ma è proprio così? Il giorno dell’insediamento dell’esecutivo giallo-verde, il primo di giugno, lo spread viaggiava a quota 238 punti base. Oggi è a 236. Ma fare il confronto con i livelli del 30 maggio per dare una misura di quanto il mercato stia prezzando il «rischio Paese» correlato all’agenda dell’esecutivo è un’operazione più furba che corretta. Ecco perché

Andamento dello spread Btp / Bund

I mercati sono anticipatori di natura e hanno inziato a scontare il “rischio politico” ben prima che il governo giurasse di fronte al capo dello Stato il primo di giugno 2018. Le vendite sui BTp infatti sono scattate il giorno 16 maggio all’indomani della pubblicazione, da parte dell’Huffington Post, del contratto di governo tra Lega e 5stelle. Nella sola giornata del 16 di giugno il differenziale schizzò di oltre 30 punti al rialzo. Perché in quel documento c’erano scritte diverse proposte da far rizzare i capelli ai detentori del nostro debito pubblico. Sia in termini di politica economica (proposte costosissime dalle incerte coperture). Sia, soprattutto, riguardo il tema critico dell’adesione dell’Italia all’euro.

Nel primo testo dell’accordo, poi emendato, si parlava esplicitamente di negoziare in sede Ue «specifiche procedure tecniche di natura economica e giuridica» per consentire a singoli Stati di uscire dall'euro. Ma nono solo. Nel documento si parlava anche di richiedere alla Bce la «cancellazione» di 250 miliardi di euro di debito pubblico italiano acquistato nell’ambito del piano di Quantitative easing e anche di introdurre i cosiddetti «minibot» (di fatto una valuta parallela) per pagare i debiti della pubblica amministrazione.

Queste tre proposte, assai controverse, poi spariranno dalla versione definitiva del contratto di governo. Ma la loro pubblicazione nel pomeriggio del 15 maggio a mercati chiusi fu un messaggio diretto al mercato: il governo Lega-5stelle vuole uscire dall’euro o quantomeno non esclude questa possibilità. Un invito a nozze per speculare al ribasso sul debito italiano e un segnale di allarme per i grandi investitori istituzionali esteri ritrovatisi da un giorno all’altro col problema di “prezzare” il rischio di un’uscita dell’Italia dall’euro e quindi una ridenominazione in altra moneta (presumibilmente svalutata) del loro investimento. La reazione fu immediata e violenta: nel solo mese di maggio gio investitori esteri vendettero ben 23,6 miliardi di titoli del debito pubblico italiano. E il mese successivo avrebbero fatto ancora peggio scaricandone per ben 34,1.

Lo spread, che alla chiusura di seduta del 15 maggio si attestava a quota 129 punti base si impennò fino a superare i 300 punti base alla fine del mese in un crescendo di tensione dovuto alla scelta di proporre il nome dell’economista euro-scettico Paolo Savona per il ministero dell’economia. Nome su cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella pose il suo veto il 27 di gennaio. Lo spread intanto era già salito di 100 punti. Ne guadagnerà altri 50 nelle 3 giornate del 28, 29 e 30 quando sembrava che il Paese dovesse tornare al voto (che a quel punto sarebbe stato un pericoloso referendum sull’adesione all’euro). Non andò così perché si trovò la quadra sul nome di Giovanni Tria per via XX settembre e il governo si insediò.

Lo spread arriverà a toccare nei mesi successivi livelli ancora più alti per via dello scontro con la Commissione sui conti pubblici. Ma dopo l’intesa con Bruxelles la tensione inizierà gradualmente ad attenuarsi.

Con il nuovo anno la situazione è andata sempre migliorando. Ma non tanto per merito dell’Italia, il cui debito pubblico rappresenta oggi una minaccia forse maggiore alla luce della recessione in cui è entrata l’economia, quanto per merito della Bce guidata da Mario Draghi che, proprio per via delle incognite sull’andamento del ciclo, ha deciso di mantenere una politica monetaria espansiva e, di recente, ha deciso di rinnovare il piano di finanziamenti agevolati al settore bancario. Questa sua decisione, così come l’analogo orientamento espansivo da parte di altre banche centrali come la Fed, ha innescato un colossale flusso di acquisti su tutto il mercato obbligazionario (dall’inizio dell’anno i fondi bond hanno raccolto qualcosa come 65,7 miliardi di dollari di sottoscrizioni nette). Un’onda lunga di cui ha beneficiato anche l’Italia.

La febbre dello spread è calata ma non siamo ancora fuori dal tunnel come crede il ministro Salvini. Se il confronto lo si fa in maniera onesta con i livelli precedenti alla pubblicazione della prima bozza di contratto di governo, ossia alla chiusura degli scambi del giorno 15 maggio 2018, la storia cambia di molto. Allora infatti lo spread valeva oltre 100 punti base in meno di quanto vale oggi. E questi 100 punti base hanno un costo per i contribuenti italiani perché, stima l’Ufficio parlamentare di bilancio, comportano un onere di circa 11,3 miliardi di euro in spesa per interessi per lo Stato solo nell'arco del biennio 2019-2020. Ridurre lo spread significa liberare queste risorse in modo da poterle impiegare ad usi ben più nobili del debito.

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    Andrea Franceschiredattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Mercati, finanza, bond, azioni. obbligazioni, titoli di stato, banche, borsa, politica monetaria, Bce, Fed, tassi

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