il concerto del 1936

Caro Toscanini, l’orchestra è tua

di Harvey Sachs

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4' di lettura

Il 15 febbraio 1936, il celebre violinista polacco Bronislaw Huberman scrisse una lettera ad Arturo Toscanini. Entrambi i musicisti si trovavano a New York a quell’epoca, e Huberman chiedeva di incontrare urgentemente Toscanini per parlargli di un’idea che lo “ossessionava”; l’idea era nientemeno che la creazione in Palestina di un’orchestra di musicisti ebrei che erano scappati oppure cercavano di scappare dalle persecuzioni “razziali” in Europa.

L’incontro avvenne pochi giorni dopo, e Toscanini - che fin dal 1931 non dirigeva più nell’Italia fascista e che nel 1933, con l’avvento dei nazisti al potere in Germania, si era rifiutato di tornare al festival wagneriano di Bayreuth - disse a Huberman che era pronto a dare il suo sostegno a questa nuova iniziativa, sostegno non soltanto morale ma anche concreto: sarebbe andato a proprie spese e senza cachet per dirigere i concerti inaugurali del nuovo complesso, l’Orchestra di Palestina, oggi Filarmonica d’Israele.

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La notizia della partecipazione di Toscanini dette un impulso importantissimo al progetto di Huberman: per i musicisti interessati, fu una garanzia di alta qualità; per i donatori, fu una garanzia che il progetto si sarebbe potuto realizzare. Un ammiratore di Toscanini – un fisico che era anche violinista dilettante e che si chiamava Albert Einstein – scrisse al maestro: «Lei non è soltanto l’interprete impareggiabile della letteratura musicale mondiale... Anche nella lotta contro i criminali fascisti si è dimostrato un uomo di grandissima dignità».

A dicembre Toscanini e sua moglie viaggiarono in aereo, da Brindisi ad Atene, quindi ad Alessandria d’Egitto e finalmente a Tel Aviv, dove il maestro fu accolto con grande entusiasmo. Trovò l’orchestra già buona, e sia la prova generale che il primo concerto, la sera del 26, ebbero un successo strepitoso ed emozionante. Il programma fu ripetuto ad Haifa e a Gerusalemme, e anche un secondo impaginato fu preparato ed eseguito nelle tre città, dopodiché entrambi i programmi furono presentati al Cairo e ad Alessandria. Toscanini visitò i kibbutzim e i mosciavim (fattorie collettive) del Paese, e scrisse che tutta la visita lo aveva messo in una continua “esaltazione dell’anima”. Vi sarebbe tornato nel 1938, sempre a spese proprie, per una seconda serie di concerti.

Adesso, per festeggiare l’ottantesimo anniversario della nascita dell’orchestra, i dirigenti della Filarmonica d’Israele hanno chiamato Riccardo Muti, il quale è venuto a Tel Aviv per dirigere lo stesso programma che Toscanini vi aveva sostenuto nel dicembre del 1936: la Sinfonia de La scala di seta di Rossini, la Seconda Sinfonia di Brahms, l’Incompiuta di Schubert, il Notturno e lo Scherzo dal Sogno di una notte di mezz’estate di Mendelssohn e l’Ouverture di Oberon di Weber. La scelta di Muti non avrebbe potuto essere più azzeccata, sia perché la sua maestria direttoriale - tecnica e artistica - è ora al massimo della maturità, sia perché è uno dei pochissimi direttori viventi che hanno seguito la “linea lavorativa” di Toscanini, linea che Muti ha imparato al Conservatorio di Milano dal suo professore di direzione d’orchestra Antonino Votto, sostituto di Toscanini alla Scala negli Anni Venti: questa “linea” consiste soprattutto nella convinzione che, per un interprete, lavorare coscienziosamente sia una responsabilità morale oltreché musicale.

E così com’era successo a Toscanini ottant’anni fa, anche a Muti i musicisti della Filarmonica hanno dimostrato una simpatia che rasentava l’idolatria (questo nel Paese monoteista per antonomasia!), applaudendolo anche durante le prove, chiacchierando amichevolmente con lui durante gli intervalli, e andando in visibilio, assieme al pubblico, alla fine del concerto, che ebbe luogo lo scorso 20 dicembre.

Chi scrive ha avuto la fortuna di essere presente grazie a una strana catena di combinazioni. Il contenuto della lettera di Huberman a Toscanini, che portò alla creazione dell’orchestra e che perciò è uno dei documenti-base del complesso, era conosciuto già da decenni, ma non si sapeva dove l’originale si trovasse. Sin dal 2010 stavo lavorando a una nuova biografia di Toscanini, che uscirà nei prossimi mesi, e tra le decine di migliaia di documenti che erano emersi dopo il 1978, quando avevo pubblicato la mia prima biografia toscaniniana, c’erano quelli appartenuti all’architetto Walfredo Toscanini, il nipote del maestro. Walfredo morì alla fine del 2011, ma Liana e Cia Toscanini, le sue figlie, mi incoraggiavano a continuare le ricerche. Un giorno, mentre frugavo nell’ultimo dei tanti cartoni di documenti, trovai una decina di cartelle tenute insieme con un fermaglio arrugginito. In cima c’era una lettera dattiloscritta in francese: era lei, quella famosa che portava la firma di Huberman.

Liana e Cia decisero di donarla alla Filarmonica d’Israele, assieme agli altri documenti ad essa legati (un telegramma al maestro del futuro primo presidente dello Stato d’Israele, Chaim Weizmann e alcune cose di minore importanza). Lo scorso settembre, quando Riccardo Muti mi ha detto che doveva recarsi a Tel Aviv per l’anniversario della Filarmonica, gli ho raccontatola storia della lettera di Huberman, ed egli a sua volta ne ha informato i dirigenti dell’orchestra israeliana, i quali mi hanno invitato ad andare in Israele per presentare i documenti.

Oltre al concerto di Muti, gli eventi per commemorare l’anniversario della nascita dell’orchestra hanno compreso una conferenza su Toscanini, presenti l’ambasciatore italiano Francesco Talò e il maestro Muti, e la consegna della lettera di Huberman e degli altri documenti ai dirigenti della Filarmonica, davanti a molti discendenti, commossi, dei professori che avevano fatto parte dell’orchestra originale.

In mezzo a una crisi politico-etnico-religioso-morale che in questo Paese sembra ormai eterna, i pochi giorni di festeggiamenti per l’anniversario della Filarmonica costituivano un piccolo iato, purtroppo di nessun peso “reale” ma che comunque hanno portato un attimo di tranquillità e di ragionevolezza nel trambusto generale. Ce ne fossero tanti altri!

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