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Carta, rinnovabili e siti più efficienti per battere il caro energia

di Silvia Pieraccini

 Fase di lavorazione della carta

4' di lettura

L’esplosione dei costi energetici si è abbattuta come uno tsunami sull’industria della carta, prima in Italia per consumi di gas e terza per elettricità. Nel distretto cartario di Lucca - il più importante del Paese con 250 aziende e 7.500 addetti, quasi 3,7 miliardi di fatturato e 1 miliardo di export - nelle ultime settimane c’è chi ha deciso di attuare fermi produttivi per contenere i costi, chi sta producendo in perdita, e chi si destreggia tra contratti di fornitura a media-lunga scadenza.

Ma quello che tutte le aziende stanno facendo, con un’intensità che non si era mai vista prima, è la ricerca di soluzioni per rendere più efficienti gli impianti, ridurre i costi delle bollette e produrre in proprio parte del fabbisogno. L’obiettivo è comune, gli strumenti sono “tarati” sulle esigenze dei singoli.

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Il gruppo Lucart della famiglia Pasquini, tra i leader in Europa nella produzione di carta igienica, tovaglioli e carte monolucide (548 milioni di euro di fatturato 2021), sta per avviare i lavori per la costruzione di un impianto fotovoltaico sul tetto dello stabilimento di Diecimo, nella Media valle del Serchio, su una superficie di quasi 20mila metri quadrati. La potenza sarà di 3 Mw. «Ma è solo parte della soluzione – spiega Tommaso De Luca, responsabile comunicazione del gruppo - perché il fotovoltaico può arrivare a coprire il 7% del fabbisogno elettrico e perché le cartiere hanno bisogno di calore 24 ore al giorno e nel breve periodo sarà difficile incidere sul prezzo del gas, necessario per la cogenerazione». Un’alternativa in realtà ci sarebbe: «Le nuove turbine che abbiamo installato sia nello stabilimento di Borgo a Mozzano che in quello di Porcari – prosegue De Luca - possono essere alimentate anche a idrogeno o biogas, ma non li abbiamo: è questa la sfida su cui il Paese dovrebbe attivarsi, insieme con la semplificazione delle procedure per le fonti rinnovabili». L’indisponibilità di idrogeno penalizza anche il colosso svedese Essity (marchi Tempo, Tork e altri), che a Lucca e Collodi (Pistoia) impiega 720 persone producendo carta igienica e tovaglioli (il cosiddetto tissue): «Nello stabilimento di Altopascio stiamo cambiando l’impianto di cogenerazione – spiega Claudio Fumasoni, Operations director Lucca-Collodi – per passare a uno di nuova generazione che può essere alimentato a idrogeno. Ma sul territorio non abbiamo per adesso infrastrutture per un funzionamento di questo tipo. Il vantaggio è che, quando ci saranno, noi saremo pronti». Si tratta del progetto ReEnergy, annunciato nei mesi scorsi da Essity con l’obiettivo di ridurre le emissioni di Co2 in atmosfera attraverso l’ottimizzazione delle energie di stabilimento. In Svezia, nella cartiera di Lilla Edet, Essity sta già utilizzando idrogeno, per una produzione Co2-free.

Sempre in Svezia sta applicando una tecnologia innovativa il gruppo Sofidel, multinazionale del tissue delle famiglie Lazzareschi e Stefani (2 miliardi di fatturato 2021), che ha siglato un accordo con Meva Energy per realizzare nella fabbrica di Kisa un impianto di bio-syngas, prodotto da gassificazione di scarti legnosi locali, che permetterà di ridurre di 8.500 tonnellate all’anno le emissioni di Co2. Sta spingendo sull’efficientamento energetico la multinazionale Smurfit Kappa, che in Toscana produce cartone ondulato e imballaggi: «Una delle strade per ridurre i consumi – spiega Gianluca Castellini, ceo Smurfit Kappa Italia, cui fanno capo 26 stabilimenti con una produzione di 1,1 miliardi di mq in fogli e scatole – è l’utilizzo del vapore generato dal processo produttivo per asciugare la carta, al posto del gas: l’abbiamo già sperimentato nella cartiera acquisita nell’ottobre scorso in Piemonte e ha portato a un risparmio del 39%. Ma si può lavorare anche sull’efficienza delle caldaie e ridurre l’uso delle quantità di acqua nelle cartiere per velocizzare l’asciugatura della carta». Smurfit Kappa sta sostituendo l’illuminazione alogena con quella a led, e sta valutando anche in Italia l’installazione di pannelli fotovoltaici sul tetto degli stabilimenti: «Il test fatto dal gruppo negli stabilimenti spagnoli ha portato ad essere autosufficienti dal punto di vista elettrico, per questo il fotovoltaico è un’area di intervento su cui riflettere», sottolinea Castellini.

I Paesi esteri continuano a tracciare la strada energetica nell’industria cartaria: Lucart ad esempio sta per avviare in Francia la costruzione di una centrale a biomasse alimentata da scarti di legna provenienti da boschi certificati Fsc: «La caldaia a biomasse andrà a sostituire il gas – spiega De Luca – e produrrà il calore che serve per asciugare la carta. Dal punto di vista delle emissioni di Co2 l’impianto sarà neutro». Nel lontano 2003 la stessa Lucart aveva proposto di realizzare nel distretto lucchese un impianto alimentato da fanghi fibrosi e cippato proveniente dai boschi toscani. Quell’impianto fu bloccato da veti e burocrazia: «Ma adesso è il momento di mettersi al tavolo superando le divisioni del passato – sostiene l’azienda - per costruire una filiera che utilizzi gli scarti di lavorazione per produrre energia, lasciando la ricchezza sul territorio».

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