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Cartoni animati, quali modelli propongono ai bambini?

Da Peppa Pig a Masha e Orso, da Disney a Miyazaki la narrazione del femminile offerta ai più piccoli sta cambiando, ma ancora troppo lentamente

di Letizia Giangulano

6' di lettura

Una nave di pirati, un mostro marino, un orfanotrofio: ci sono tutti gli elementi classici di una storia per l'infanzia, nel film prodotto da Netflix Animation Studios “Il mostro dei mari” (The Sea Beast), tanto che sembrerebbe non brillare per originalità. Eppure, a ben guardare, ci sono una serie di fattori inaspettati: tanto per cominciare la piccola orfana che sogna di avventurarsi per mare a caccia di mostri, è una bambina. E i pirati sono anche piratesse: la vice del capitano ha una gamba di legno, come da tradizione, e tutto l'equipaggio offre una rappresentazione varia e inclusiva, per genere, etnia e abilità. Certo, gli unici a notarlo e sorprendersene, positivamente, sembrano essere gli adulti. Perchè nei bambini non sono ancora così saldi gli stereotipi che ingabbiano le persone in certi ruoli, anzi, è anche con i cartoni animati che possono vedere un mondo diverso e inaspettato, che forse talvolta i genitori non sanno neanche raccontare.

Dalle fiabe ai cartoni

Le narrazioni per bambini e bambine sono un fondamentale strumento educativo e di trasmissione culturale. Attraverso le storie, a partire dai miti e dalle fiabe, bambine e bambini imparano indirettamente e informalmente che cosa è socialmente accettabile o inaccettabile in una determinata cultura e in un determinato tempo, andando quindi a formare dei canoni sociali e culturali tramandati di generazione in generazione, come scrive la professoressa Simonetta Ulivieri, responsabile della collana editoriale “Scienze dell'educazione” di ETS.

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Se è vero che le narrazioni possono confermare una serie di stereotipi che i bambini trovano già nella vita reale, hanno anche il potere di sovvertirli e di costruire le basi per un cambiamento culturale, come per esempio nella favola “La principessa che voleva amare Narciso”, scritta dalla psicoterapeuta Maria Chiara Gritti per raccontare l'origine delle sofferenze legate alle relazioni d'amore “sbagliate”: quelle che fanno star male invece che bene.

Un ruolo che se prima era giocato dalle favole, oggi è sempre più dei cartoni animati di cui i più piccoli si “cibano” fin dalla più tenera età. «Narrare storie di bambine e bambini ribelli, fuori dagli schemi, attivi, in grado di contestare attivamente la società in cui si muovono, può incoraggiare le nuove generazioni ad un pensiero aperto, critico, in grado di comprendere la complessità umana e valorizzare l'identità del singolo senza limitazioni di genere» scrive Ulivieri, che analizzando l’offerta del mercato dei media sottolinea come fra i cartoni animati quelli Disney sono i più diffusi e rappresentano «un catalizzatore di standard sociali (di genere e non), che ha forgiato l'immaginario di svariate generazioni di spettatori. Diversi studi si sono occupati delle rappresentazioni femminili offerte nei cartoni animati Walt Disney, sottolineandone il lento sviluppo in ottica paritaria».

Il rinascimento Disney

C’è stata però un'accelerazione rilevante negli ultimi anni. Le principesse Disney «si sono evolute ed emancipate e mostrano una crescente sicurezza di sé, personalità, indipendenza, voglia di evadere e scoprire il mondo» osserva Ulivieri.

Nel 1999 si parlava di un “rinascimento Disney”, grazie alle nuove eroine come Ariel, Mulan, Tiana, un nuovo corso che ha visto Elsa, nel 2013, mostrarsi come regina dell'empowerment, la prima a non avere come scopo ultimo il matrimonio, ma un eroico viaggio alla scoperta del proprio potere.

Nello stesso anno due linguiste statunitensi, Carmen Fought e Karen Eisenhauer, analizzando i dialoghi di tutti i film Disney fino allora prodotti, osservavano che tutti i film delle principesse dal 1989 al 1999 sono sorprendentemente dominati dagli uomini. I personaggi maschili parlano il 68% delle volte in “La sirenetta”; il 71% in “La bella e la bestia”; il 90% in “Aladdin”; il 76% in “Pocahontas”; il 77% in “Mulan”. Persino Frozen, con due sorelle protagoniste, regala alle donne solo il 41% dei dialoghi. Una felice eccezione è Brave, (prodotto da Pixar e distribuito da Disney) i cui personaggi femminili parlano per il 74% delle battute.

Certo, forse proprio per lo scontro con le nuove generazioni di cartoni, con le produzioni di altri attori del mercato e per la dirompenza di Pixar a raccontare nuove storie, Disney si è prepotentemente aggiornato negli ultimi anni. Ma ancora non basta.

Il modello Miyazaki

Un modello totalmente diverso da quello disneyano e quello proposto dalle narrazioni del femminile del giapponese Hayao Miyazaki. Il regista tratteggia donne e bambine estremamente dinamiche e dalla personalità elaborata. «Ben lontane dall'edulcorato universo Disney, le narrazioni di Miyazaki propongono modelli femminili diversificati, donne che esplorano lo spazio esterno e che non si fanno mere protagoniste femminili, ma incoraggiano riflessioni di spessore legate a temi più ampi quali il pacifismo (Nausicaä della Valle del vento, 1984), il passaggio all'età adulta (Kiki, consegne a domicilio, 1989), l'ecologia (Principessa Mononoke, 2000)» sottolinea la professoressa Ulivieri.

Un modello diverso ma forse ancora poco diffuso nei media italiani, in cui invece per i più piccoli spopolano cartoni animati come Peppa Pi g, che cerca il sovvertimento dei ruoli, cadendo però in uno stereotipo opposto: il papà pasticcione e la mamma vera perno della famiglia. Altri stereotipi che non rendono giustizia all’evoluzione che la famiglia sta vivendo, anche nel nostro Paese.

Masha e Orso, altro cartone animato popolare fin dall’età prescolare, propone un modello “sovversivo” di bambina autonoma, indipendente, curiosa, monella, che agisce nel mondo senza il controllo dei genitori. Un modello che richiama il ben più anziano Pippi Calzelunghe, protagonista del romanzo del 1945 della scrittrice svedese Astrid Lindgren e dell’omonima serie televisiva del 1969. Masha, come Pippi, è spesso protagnista di attività considerate “da maschio” e rompe di fatto gli stereotipi mostrando ai bambini che ci sono alternative possibili.

Gender in Media

Il report 2022 del Geena Davis Institute on Gender in Media sui programmi per bambini, racconta una realtà ancora sconfortante: nei più popolari trasmessi nel 2021, tra i protagonisti il 48,8% sono donne, con un aumento di circa 4 punti percentuali rispetto al 2019, ma i personaggi femminili hanno maggiori probabilità rispetto ai personaggi maschili di essere oggettivate (2,4% rispetto a 0,3%) e di essere mostrate in abiti succinti (9,6% rispetto a 4,2%). Inoltre, una percentuale maggiore di personaggi maschili ha un lavoro rispetto ai personaggi femminili: 34,9% contro il 25,4%.

«Il 51% della popolazione statunitense è costituito da donne e ragazze. Tuttavia, secondo le nostre rilevazioni, nell'ultimo quinquennio i ruoli femminili da protagonista o co-protagonista, nelle dieci più importanti produzioni televisive, sono stati meno della metà, malgrado i progressi registrati nei programmi per bambini. I personaggi femminili nei programmi più popolari sono stati, infatti, il 26,9% del totale tra il 2016 e il 2020» commenta Madeline Di Nonno, ceo del Geena Davis Institute nel suo intervento su Alley Oop - Il sole 24 Ore.

La prevenzione parte dalla pedagogia

Perché parlare quindi di cartoni animati in occasione del 25 novembre, giornata internazionale della prevenzione della violenza sulle donne? Per almeno tre motivi. Il primo è che i film d’animazione sono guardati da un pubblico di bambini e adulti, e rappresentano idee e valori. Contribuiscono a formare una coscienza critica. Se veicolano stereotipi e norme sociali contro le donne, se le lasciano in secondo piano, tolgono loro la parola, rafforzano gli standard di bellezza, il risultato è un messaggio di sessismo e discriminazione, che contribuisce a perpetuare la società in cui la violenza di genere è diventata ormai un fenomeno strutturale.

Il secondo motivo, è che anche nella didattica si è compreso che i cartoni animati sono un efficace strumento di apprendimento e insegnamento. È stato osservato che contribuiscono efficacemente al processo cognitivo e di sviluppo dei bambini, ma allo stesso tempo questi pregi possono rivelarsi un'arma a doppio taglio: i cartoni animati con contenuti di violenza e sessualità inducono gli studenti a sviluppare comportamenti negativi, per esempio. Possono impedire agli studenti di apprendere attraverso l’immaginazione mentre formano i loro modelli mentali. È quantomai opportuno, dunque, che siano pensati e progettati per costruire un mondo più equo.

Infine, «le radici del male non vanno cercate nelle “anomalie” delle singole storie, delle infanzie ferite, dei raptus imprevedibili, ma nella normalità di un rapporto uomo-donna intrinsecamente asimmetrico, gerarchico e spesso violento, fino ai tanti e diffusi femminicidi» si legge nell’introduzione al volume “Corpi violati - Condizionamenti educativi e violenze di genere”, in cui si precisa: «Alla pedagogia, più che ad ogni altra disciplina, spetta dunque il compito di individuare pratiche e dispositivi inediti con cui riformulare l’ordine simbolico che legittima le relazioni tra i soggetti. Perché quando si hanno le parole per nominare la realtà, si hanno anche gli strumenti per trasformarla».

Ripartiamo, quindi, dalle parole e dalla narrazione per disegnare una società diversa per i bambini di oggi e gli uomini e le donne di domani.


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