POLITICA COMMERCIALE

Casa Bianca al bivio tra nuova offensiva e compromesso

di Marco Valsania

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3' di lettura

Il rebus della politica commerciale americana si avvicina a grandi passi al momento della verità: l’ufficializzazione della risposta cinese da 3 miliardi agli iniziali dazi statunitensi su acciaio e alluminio dovrebbe essere seguita a giorni da un’altrettanto attesa lista di prodotti di Pechino per 50 o 60 miliardi che Washington intende colpire in protesta contro le “scorrette” politiche della potenza asiatica. Due azioni concrete che alzano la posta in gioco dei negoziati, avviati dietro le quinte dai due governi, e che diventano adesso una corsa contro il tempo a soluzioni in grado di scongiurare una vera guerra commerciale.

Per Trump la partita - se soprattutto di tattica si tratta e non di volontà strategica di scardinare l’intera architettura globale del trade - è ambiziosa quanto difficile: è giocata sul filo di un’immagine di protezionismo e irresponsabilità, che può alienare anche potenziali alleati nella sfida con la Cina, a cominciare dall’Europa. Carta che la stessa Pechino potrebbe impiegare a suo vantaggio per indebolire l’offensiva: la sua prima risposta non a caso è stata cauta, con cifre modeste e l’esclusione di preziosi prodotti dell’export Usa quali soia e sorgo. Ma tra le righe c’è un avvertimento. È stata più dura di quanto anticipato: doveva essere in due fasi, dazi del 15% su 120 prodotti e poi del 25% su altri 8 tra i quali uno di peso, il maiale. Pechino ha deciso di colpirli tutti e subito al 25 per cento.

Tempo - e strumenti - per forgiare compromessi in realtà esistono. Il segretario al Tesoro americano Steven Mnuchin, oggi tra i pochi moderati nell’amministrazione accanto al segretario alla Difesa James Mattis, ha indicato che il periodo di commenti pubblici sulle prossime rappresaglie americane, vale a dire prima di decisioni pratiche, durerà fino a 60 giorni. Pechino ha da parte sua alternato minacce a inviti a retromarce dallo scontro. E, appunto, Mnuchin è in contatto con il plenipotenziario cinese sull’economia, il vicepremier Liu He.

Le tappe d’una escalation della crisi tuttavia incombono e vanno oltre le categorie merceologiche dell’export cinese, selezionate da un vasto “parco” di tremila prodotti: la Casa Bianca, attraverso il Tesoro, ha in preparazione entro due mesi anche stop a investimenti cinesi in alta tecnologia americana. Sta considerando, per proteggere tech “essenziali”, persino il ricorso a leggi di emergenza nazionale quale l’International Emergency Economic Powers Act, dedicato a “insolite e straordinarie minacce” e sfoderato per sanzioni all’indomani degli attentati dell’11 Settembre 2001. Qui Trump ha una “constituency” robusta: la preoccupazione per perdite di competitività e innovazione è diffusa nella Corporate America e nella politica, generando critiche alle violazioni di proprietà intellettuale e ai trasferimenti forzati di know how imposti da Pechino alle aziende che operano nel Paese. Pechino sottolinea però che guerre aperte sarebbero pericolose per big d’avanguardia americani, da Apple a Boeing, con forte presenza sul mercato asiatico.

Le incognite sullo scacchiere commerciale sono evidenti in una retorica che resta aggressiva. Trump accusa esplicitamente la Cina di essere responsabile della chiusura di 60.000 fabbriche statunitensi e della perdita di sei milioni di posti di lavoro, oltre che di un deficit nell’interscambio da 370 miliardi l’anno. Ancor più la tensione trapela dai rimpasti nell’amministrazione: la purga di esponenti “globalisti”, dal segretario di Stato Rex Tillerson al capo-consigliere economico Gary Cohn, ha visto l’ascesa di correnti più radicali e nazionaliste, rappresentate dal consigliere commerciale Peter Navarro e dal successore di Tillerson, l’ex leader dei Tea Party Mike Pompeo. In un altro segno di indurimento, nel fine settimana Trump ha nuovamente minacciato di ritirarsi dall’accordo di libero scambio nordamericano Nafta inveendo contro il Messico perché non frenerebbe l’arrivo di immigrati illegali negli Stati Uniti. La partita commerciale della Casa Bianca è più aperta che mai e il mondo non può che aspettare con ansia le prossime mosse.

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