il conflitto

Turchia pronta a invadere il Nord della Siria. Trump scarica i curdi: «Via da queste guerre ridicole»

L’offensiva turca a breve. Trump scarica i curdi: Li abbiamo pagati in maniera massiccia, ora basta

di Riccardo Barlaam


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Convogli turchi al confine della Siria a fine settembre, alla fine di una operazione condotta con gli Usa

5' di lettura

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK - Alle 6.30 del mattino le truppe americane hanno lasciato gli avamposti nei villaggi di Tel Abyad e Ras al-Ayn, nel Nord Est della Siria al confine con la Turchia. Il presidente Donald Trump ha salutato su Twitter la sua decisione, largamente annunciata e non condivisa da tutti gli alti ufficiali del Pentagono, di rimpatriare i militari consegnando ai turchi il controllo di una zona ad alta tensione dove vivono i curdi delle Forze siriane democratiche (Sdf), che hanno combattuto in questi anni contro l'Isis, sostenuti fino a ieri dagli americani.

«È tempo per noi di uscire da queste ridicole guerre senza fine, molte delle quali tribali, e riportare i nostri soldati a casa. Combatteremo dove c'è un vantaggio per noi, e solo per vincere - ha twittato Trump - Turchia, Europa, Siria, Iran, Iraq, Russia e i curdi se la dovranno cavare da soli», ha concluso.

Il ritiro Usa
Il ritiro del contingente americano segue una nota della Casa Bianca in cui viene precisato che gli Stati Uniti «non interverranno nella invasione a lungo minacciata dai turchi al confine con la Siria». Anche il Dipartimento della Difesa Usa in una nota prende le distanze dall'offensiva della Turchia. Offensiva «che i militari americani non sosterranno in alcun modo», scrive il portavoce del Pentagono Jonathan Hoffman, il quale rivela anche che «il segretario alla Difesa Mark Esper e il capo delle forze armate Mark Milley hanno avvisato le rispettive controparti turche che ogni azione unilaterale creerà rischi per la Turchia».

L'America di fatto lascia mano libera alla Turchia. La decisione di Trump è maturata dopo una telefonata con il presidente turco Tayyp Erdogan, che fa seguito alla cena avuta dai due leader nelle scorse settimane a margine dell'Assemblea generale dell'Onu.
Non mancano le voci critiche e le preoccupazioni a Washington per la decisione di Trump, non solo dai democratici. Gran parte dell’establisment repubblicano critica il presidente e parla di «un grande errore dalle conseguenze catastrofiche». Di «un regalo» al regime di Assad, alla Russia all'Iran e all'Isis. Con almeno 10 mila prigionieri jihadisti (molti foreign fighters) che potrebbero ritrovare la libertà. «La sconfitta dell'Isis è la più grande bugia di questa amministrazione», dice il senatore repubblicano Lindsey O. Graham, sostenitore di Trump di solito, che ha definito la scelta di lasciare il capo libero ad Ankara «un disastro annunciato». Mitch McConnell, repubblicano del Kentucky e leader della maggioranza al Senato ha messo in guardia il presidente contro «un precipitoso ritiro» delle truppe e ha fortemente esortato Trump a «esercitare la leadership americana» nell’area.

Le minacce di Erdogan ai curdi
Negli otto anni di guerra civile in Siria e di lotta all'Isis i combattenti curdi siriani hanno creato una zona autonoma nell'area del Nord Est, sostenuti militarmente dagli americani e dai militanti del Pkk, il partito dei lavoratori curdi che da anni lotta contro lo stato turco.

Da mesi Erdogan continua a minacciare la zona autonoma dei curdi siriani di una invasione imminente. Ora ci riuscirà. Con la benedizione di Trump che ha deciso di abbandonare il campo. Contro le indicazioni degli alti ufficiali del Pentagono, dei funzionari del Dipartimento di stato, degli ambasciatori e dell'intelligence che sostenevano invece la necessità di mantenere un piccolo contingente militare nel Nord Est della Siria contro l'Isis, anche per fare da contrappeso all'influenza di Iran e Russia. Un'area centrale per la stabilità dell'Europa e del Medio Oriente.

Le dichiarazioni ufficiali del segretario alla Difesa Mark Esper parlano di una cooperazione tra Stati Uniti e Turchia nel Nord Est della Siria, di «un meccanismo di sicurezza che funzionerà», frutto delle negoziazioni degli ultimi mesi.

Nei negoziati con Ankara, gli Stati Uniti a inizio agosto avevano espresso il loro gradimento per la creazione di una zona cuscinetto al confine, una “safe zone” larga 8 chilometri - un quarto rispetto a quanto richiesto dai turchi – lunga circa 220 chilometri da togliere ai combattenti curdi siriani, controllata congiuntamente da Turchia e Stati Uniti dove ricollocare 700-800mila rifugiati siriani. Zona che potrebbe espandersi gradualmente fino a 25 chilometri per gli Usa.

Una svolta per gli americani
Con la decisione di Trump cambia tutto. Un alto ufficiale americano sul campo, che ha parlato in condizioni di anonimato, ha detto che il governo Usa “non ha idea” di quello che le operazioni turche potrebbero significare per l'area, lasciando intendere la possibilità di una incursione militare turca che potrebbe spingersi fino a 40 chilometri dentro la Siria, e non fino a 8 chilometri come previsto dall'accordo.

La Turchia vorrebbe usare la zona cuscinetto per rimpatriare gran parte dei 3,6 milioni di rifugiati siriani che ospita sul suo territorio (con i soldi di Onu e Unione europea) per contrastare l'Isis, ma anche i combattenti curdi che considera terroristi.

«Trump ha dato l'ordine di ritiro alle sue truppe, ma è arrivato tardi. Noi non possiamo accettare le minacce delle organizzazioni terroristiche», ha detto Erdogan ad Ankara, togliendo tutti i dubbi sulle sue intenzioni. Il portavoce di Erdogan, Ibrahim Kalin, su Twitter ha cercato di gettare acqua sul fuoco assicurando che la Turchia non ha interesse a occupare o a modificare la demografia nel Nord Est della Siria. E che la “safe zone” concordata con gli americani avrà due scopi: rendere sicuri i confini della Turchia, e permettere ai rifugiati siriani di tornare a casa.

Il rischio dei miliziani Isis
Nel Nord Est della Siria fino a poche ore fa c'erano circa mille militari americani che controllavano il territorio e anche i campi di prigionia dove sono detenuti i militanti dell'Isis. Il rischio che i terroristi islamisti possano tornare sul territorio e riaccendere la miccia della polveriera siriana è reale. Ma gli Stati Uniti di Trump hanno deciso di lavarsene le mani e di abbandonare il campo «per non pesare per molti anni ancora sulle tasche dei contribuenti americani», come indica la nota della Casa Bianca.

Preoccupate per la decisione americana e per l'impatto che potranno avere le operazioni turche in Siria le Nazioni Unite. Panos Moumtzis, coordinatore Onu per gli aiuti umanitari nell'area, ha ricordato che l'Onu sostiene nell'area circa 700mila persone. Spera che gli ultimi sviluppi «non creino nuovi profughi e che venga assicurata libertà di movimento ai civili».

Il portavoce delle forze curdo siriane Mustafa Bali in ultimo ha detto che con l'arrivo dei turchi «la zona diventa un teatro di guerra. Noi siamo determinati a difendere il Nord Est a ogni costo. Siamo pronti alla guerra totale».

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