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Schmidt di Dla Piper: «L’Italia piace all’estero e la…

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Schmidt di Dla Piper: «L’Italia piace all’estero e la politica non riesce a rovinare l’appeal»

(Agf)
(Agf)

L’Italia va avanti, continua ad attirare i capitali internazionali e la politica ballerina non spaventa più gli investitori. Olaf Schmidt, partner di Dla Piper, head dell’international real estate e organizzatore del summit annuale “Quo vadis” che ha riunito oggi a Milano i più importanti protagonisti del real estate tanto italiano quanto mondiale, è ottimista. Ecco cosa risponde al Sole 24 Ore.

Come percepisce, in generale, l’atteggiamento del real estate italiano da parte dei grandi investitori stranieri?
Continua esserci “fame” per gli immobili in Italia, sia da parte degli investitori istituzionali, sia di quelli con un approccio più opportunistico e dal mondo del private equity. Iniziano a preoccupare l’incremento dello spread e l’impatto negativo che alcune iniziative del Governo potrebbero avere sull’economia italiana. Comunque, al momento prevale ancora l’opinione che in Italia la politica non è stata mai in grado di rovinare il quadro economico e lo spirito imprenditoriale italiano.

Incertezza politica a parte, quali sono i principali nodi da risolvere per attrarre più investimenti?
Lentezza e mancanza di trasparenza e prevedibilità dei processi amministrativi, da un lato, e l’aggressività del fisco di fronte all'investitore straniero, dall’altro lato.

In tre punti, cosa è cambiato secondo lei nel real estate italiano da un anno a questa parte?
Innanzitutto la presenza, sempre crescente, di capitale straniero, con una continua creazione di team italiani locali che garantiscono migliore accesso al mercato italiano da parte degli investitori internazionali. Poi sottolinerei il fatto che il retail che inizia a soffrire a causa della concorrenza dell'online, fenomeno che però al tempo stesso spinge l'interesse della logistica, ma con nuove caratteristiche. Infine il fatto che gli investitori istituzionali italiani e stranieri sono tornati a investire in progetti di sviluppo, assumendosi una, seppure piccola, quota del “development risk”, cioè il rischio dello sviluppo di nuovo prodotto.

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