corte di appello di firenze

Caso Alexandria: «Non ci fu ostacolo alla Vigilanza»

di Sara Monaci

Afp

3' di lettura

Nessun ostacolo alla Vigilanza nel caso del derivato “Alexandria”, sottoscritto nel 2009 da Mps e banca Nomura. Lo ha stabilito la terza sezione penale della Corte d’Appello di Firenze, a proposito di uno dei filoni del caso giudiziario sul Monte dei Paschi di Siena, che ha visto come imputati l’ex presidente Giuseppe Mussari, l’ex dg Antonio Vigni e l’ex responsabile del settore finanziario della banca Gianluca Baldassarri. Per tutti e tre i giudici hanno deciso ieri l’assoluzione con formula piena, «perché il fatto non costituisce reato». Questo sta a significare che per quanto il prodotto finanziario esista - con tanto di problemi ad esso correlati -, non ci sono stati impedimenti all’attività degli ispettori di Palazzo Koch, in grado di comprendere quando stava accadendo e ciò che veniva iscritto a bilancio.

Il documento della svolta
L’accusa, partita dalla procura di Siena nel 2013, era di ostacolo alla vigilanza nei confronti della Banca d’Italia. In primo grado, nel 2014, i tre manager erano stati condannati a 3 anni e mezzo; poi la Procura generale aveva chiesto 7 anni in Appello. La svolta è avvenuta con la ricostruzione della difesa, che partendo dalle carte del processo di Milano, dove sono arrivate la indagini di Siena trasferite per competenza territoriale, è riuscita a dimostrare l’esistenza di un documento, il “deed of amendment”, inviato alla Vigilanza da Mps nel 2009, con cui sarebbe stato possibile capire la natura del contratto di rinegoziazione sottoscritto da Nomura e Mps. Si tratterebbe di un allegato “fotocopia” rispetto al cosiddetto “mandate agreement”, conservato nella cassaforte dell’ufficio dell’ex dg del Monte, e secondo l’accusa nascosto agli occhi degli ispettori di Palazzo Koch. «Senza considerare - spiega l’avvocato di Mussari Fabio Pisillo - che anche Consob aveva già ricevuto delle spiegazioni aggiuntive su Alexandria con i noti allegati 3 e 7».

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Il “deed of amendment” non era mai emerso durante il processo a Siena, ma la ricerca dei legali ha permesso di dare una svolta al processo di Appello. «Ne eravamo convinti, la storia ci dà ragione - dice Fabio Pisillo, difensore di Mussari - Siamo stati attaccati, ma siamo riusciti a dimostrare che l’ipotesi di ostacolo alla vigilanza, di fatto un modo con cui Bankitalia si stava difendendo, si era trasformata in una tesi accusatoria senza fondamento nei confronti degli ex vertici del Monte».

Quel contratto in cassaforte
Viene quindi smontata la tesi per cui la natura di “derivato” di Alexandria fosse stata occultata agli ispettori della Banca d’Italia dai vertici della banca senese. Le motivazioni della sentenza usciranno tra 90 giorni, ma è chiara a questo punto quale sia la conclusione dei giudici fiorentini: il fatto che Alexandria fosse un prodotto che poteva essere connotato da perdite da registrare ogni anno - invece che essere inserito in conto patrimoniale come un’acquisizione di 3 miliardi di Btp - era evidente per Bankitalia. In sostanza i vertici di Mps scelsero sì di contabilizzare Alexandria a “saldi aperti”, senza cioè evidenziarne la natura di derivato (ovvero “a saldi chiusi”), ma il documento che evidenziava questa sorta di possibile doppia lettura del contratto, il “mandate agreement”, non venne mai nascosto alla Vigilanza dentro la cassaforte di Antonio Vigni, visto che la cassaforte era accessibile agli ispettori.

«In base alla formula utilizzata, possiamo presumere che la Corte consideri esistenti i fatti, ma ritiene che non costituiscano illecito penale», dice Bankitalia. Intanto Alexandria è stato chiuso con un accordo tra i successivi vertici della banca (l’ex presidente Alessandro Profumo e l’ex dg Fabrizio Viola) e quelli di Nomura. Mps ha pagato 359 milioni a Nomura, con uno sconto di 440 milioni sul valore di mercato, mentre Nomura ha consegnato un portafoglio di Btp del valore di 2,6 miliardi.

L’altro processo in corso
Mussari ,Vigni e Baldassarri hanno in corso un altro processo, a Milano, per aggiotaggio, falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza. Rimane aperta la vicenda sulle modalità con cui fu acquisita banca Antonveneta, ovvero sull’utilizzo del Fresh, un “convertibile” impiegato per la ricapitalizzazione della banca da parte dell’azionista Fondazione Mps. Oltre a questo c’è un altro derivato, Santorini, sottoscritto con Deustche Bank, attraverso cui sarebbero stati contabilizzati fittiziamente 4 miliardi di Btp nel bilancio di Mps.

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