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Caso Cappato, il coraggio dei magistrati e l’indifferenza del parlamento

In un caso analogo a quello di Fabiano Antoniani, oggi non pare più necessario espatriare. Merito della sentenza della Corte Costituzionale, che si è espressa nel silenzio del parlamento

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

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4' di lettura

La Corte Costituzionale, con un comunicato stampa, ha spiegato il dispositivo della sentenza con cui ha ritenuto non punibile chi aiuta a suicidarsi la persona che, in preda a sofferenze gravi e non curabili, in piena consapevolezza e libertà, decide di porre termine alla propria vita.
Si tratta di una sentenza di accoglimento parziale, con cui la Corte delimita l’ambito di applicazione di una disposizione penale per renderla conforme alla Costituzione.

Diciamo subito che la Corte è intervenuta formulando un equilibrio parzialmente nuovo tra i beni giuridici in gioco, da un lato la vita e dall’altro la libertà di interromperla quando l’esistenza diventa non più sopportabile. Ma non si è limitata a questo: si è premurata di dettare al legislatore la cornice entro la quale attuare questo bilanciamento. Di più, si è spinta fino a subordinare fin d’ora la non punibilità dell’aiuto al rispetto delle regole già stabilite dalla legge n. 219 del 2017 per l’interruzione dei trattamenti vitali, che prevedono l’intervento del servizio sanitario nazionale. In altre parole, in un caso analogo a quello di Fabiano Antoniani, oggi non pare più necessario espatriare.

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Leggeremo le motivazioni, da cui si capirà come sono state risolte le tante questioni tecniche e si coglieranno le sfumature del monito al legislatore.
Ciò che è certo è che si è conclusa una vicenda che ha visto (più o meno) impegnati tanti attori delle istituzioni, dalle stanze della procura di Milano alla camera di consiglio di Palazzo della Consulta. E, dunque, si può provare a tracciare un bilancio sul loro agire.

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Il pubblico ministero

Questo percorso giudiziario che ha condotto a una sentenza storica della Corte nasce da una serie di prese di posizione tutt’altro che scontate dei pubblici ministeri titolari delle indagini. Hanno anzitutto colto la inconciliabilità tra la rigidità del reato che punisce qualunque aiuto al suicidio, e la peculiarità del caso concreto loro sottoposto. Di fronte alla punizione di una condotta il cui disvalore era difficile percepire, hanno chiesto l’archiviazione prima e l’assoluzione poi, individuando nei principi costituzionali e internazionali un diritto, a certe condizioni, di porre fine alla propria esistenza. In alternativa, hanno posto la questione della compatibilità con la Costituzione di un reato che punisce ogni agevolazione, senza tenere in considerazione le condizioni e la volontà del malato. Dalla iniziale richiesta di archiviazione, non accolta dal gip, alla accorata e sofisticata requisitoria al termine del dibattimento, la procura non si è lasciata tentare dalla strada facile, e forse farisaica, di ritenere che l’aiuto di Cappato non fosse decisivo e per ciò chiedere l’assoluzione. I magistrati, invece, si sono confrontati a viso aperto con il nucleo più vero e profondo del caso e dunque con il tema del diritto davanti alla vita e alla morte, con ciò aprendo la via alle successive tappe.

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La corte d’assise
Non meno rilevante è stato il ruolo della corte d’assise. Anche il giudice aveva strade più semplici per emettere una sentenza di assoluzione, ma anche di condanna, magari mitigata da tutte le attenuanti possibili. E invece ha deciso di elevare il caso singolo a questione generale, chiedendo alla Corte Costituzionale di pronunciarsi sulla ragionevolezza complessiva della disposizione che vieta l’aiuto al suicidio e delle pene da essa previste. Con ciò il giudice sembra arrivare, interpretando anche la giurisprudenza della Corte Europea, quasi a individuare un vero e proprio diritto all’autodeterminazione che finirebbe con il rendere ingiustificabile la punizione di ogni condotta di aiuto materiale al suicidio. Questa posizione, forse più estrema di quella della procura, non ha trovato pieno conforto nella decisione della Corte. È stata però, certo, la base per il processo al Palazzo della Consulta.

Carmen Carollo, la madre di Fabiano Antoniani, e il pm Tiziana Siciliano, durante il processo del 4 dicembre 2017

La Corte Costituzionale
Quanto alla Corte, occorre in primo luogo riconoscerle una grande intelligenza istituzionale. L’anno scorso, riconosciuta l’esistenza di un problema di costituzionalità e al contempo l’opportunità che lo risolvesse il Parlamento, sospendeva il procedimento per dodici mesi. La delicatezza del caso suggerì alla fantasia dei giudici uno strumento nuovo, una sorta di decisione di accoglimento differita nel tempo, che tenesse insieme l’esigenza di non lasciare senza tutela l’imputato con la necessità di non sovrapporsi alla funzione parlamentare. Una soluzione che le consentisse di non abdicare al proprio ruolo ma nemmeno di sovrastare altri poteri. Trascorso invano il tempo della sospensione, la Corte è intervenuta con una pronuncia che non può stupire. Nondimeno si premura ancora di sottolineare il ruolo imprescindibile del Parlamento nell’individuare quantomeno le modalità attraverso le quali contemperare i beni in conflitto.

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Il Parlamento
Bisogna ammettere che, se si potessero dare dei voti, quello al Parlamento sarebbe uno zero, come quello che si dà a chi, chiamato all’interrogazione, non si alza neanche dal banco. L’intervento del legislatore è stato invocato da tanti casi di persone straordinariamente sofferenti e spesso senza speranze, dalla società civile, dagli operatori sanitari e, infine, addirittura dai giudici costituzionali. Nonostante questo, non è stato in grado di legiferare e nemmeno di imbastire un serio dibattito, così dimostrando una disarmante indifferenza, salvi gli imbarazzanti tentativi dell’ultim’ora di ottenere proroghe per il lavoro non fatto.

Questa storia - ve ne sono altre differenti - pare proprio un esempio di politici inerti e magistrati che fanno il loro mestiere, con esiti ovviamente, come sempre, discutibili, ma con un indubbio coraggio nel voler confrontarsi seriamente con le questioni ultime del diritto.
Dovrebbe essere sempre così: come raccontava nel corso di un’udienza tanti anni fa un grande giurista, Angelo Giarda, infatti, la differenza tra un impiegato delle poste e un magistrato è che il magistrato ha coraggio.

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