Che cosa dice la legge

Caso Di Maio-Gozi, ecco quando è possibile revocare la cittadinanza italiana

di Nicola Canzian

3' di lettura

Le dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio e di altri esponenti politici sulla nomina di Sandro Gozi a consulente del governo francese pongono un quesito: è davvero possibile che questo incarico possa comportare la perdita della cittadinanza italiana? È scontato osservare che la perdita o la revoca della cittadinanza hanno gravi conseguenze; non stupisce, dunque, che un provvedimento così drastico non dipenda da una scelta totalmente libera del Governo o dell’amministrazione, ma possa essere preso soltanto nelle circostanze indicate dalla legge che regola la materia (legge n. 91/1992).

La revoca della cittadinanza è stata introdotta di recente dal primo decreto-legge “sicurezza” e riguarda il caso in cui lo straniero divenuto cittadino italiano commetta gravi reati per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale, oppure contro la personalità dello Stato (art. 10-bis).

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Diverse sono invece le ipotesi di perdita della cittadinanza italiana. Un primo caso è quello in cui l’adozione sia revocata per un fatto riconducibile allo stesso adottato, a condizione che la perdita della cittadinanza non lo renda apolide (art. 3, comma 3).

Un secondo caso - che è quello che qui interessa - è quello in cui il cittadino italiano «avendo accettato un impiego pubblico od una carica pubblica da uno Stato o ente pubblico estero o da un ente internazionale cui non partecipi l’Italia, ovvero prestando servizio militare per uno Stato estero, non ottempera, nel termine fissato, all'intimazione che il Governo italiano può rivolgergli di abbandonare l'impiego, la carica o il servizio militare» (art. 12, comma 1).

Non è dunque sufficiente, come nella vicenda in questione, che un italiano diventi membro di un esecutivo straniero; è necessario, infatti, che il governo italiano si attivi richiedendo formalmente di abbandonare questa carica. Nello specifico, il provvedimento è un decreto del ministro dell’Interno, che deve indicare anche un termine preciso entro cui si chiede di lasciare l’incarico; perde la cittadinanza solo chi non abbandona l’impiego o la carica entro lo scadere di questo termine (art. 9 d.P.R. n. 57271993).

In casi di questo tipo, la persona che ne è stata privata può riacquistare la cittadinanza se fa una dichiarazione in tal senso dopo aver stabilito la sua residenza in Italia per almeno due anni e, ovviamente, dando prova di aver abbandonato l’impiego o la carica che aveva mantenuto nonostante l’intimazione del ministro (art. 13, comma 2, lett. e). Tuttavia, la legge precisa che «il riacquisto della cittadinanza non ha effetto se viene inibito con decreto del ministro dell’Interno, per gravi e comprovati motivi e su conforme parere del Consiglio di Stato. Tale inibizione può intervenire entro il termine di un anno dal verificarsi delle condizioni stabilite» (art. 13, comma 3).

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È dunque possibile, secondo la legge, che il Governo italiano faccia perdere la cittadinanza a un italiano che accetta una carica in un governo straniero. Va però precisato che questa procedura deve essere attuata nel rispetto degli obblighi internazionali che l’Italia ha assunto, fra cui anche quelli derivanti dalla Convenzione sulla Riduzione dell’Apolidia del 1961 (ratificata nel 2015). L’art. 8 della Convenzione stabilisce il divieto di privare della cittadinanza una persona che, in seguito a tale provvedimento, diverrebbe apolide (quindi priva di qualunque cittadinanza).

Nel ratificare la Convenzione l’Italia si è tuttavia avvalsa della facoltà di mantenere il diritto di privare della cittadinanza in alcune ipotesi, fra cui proprio quelle in cui «incompatibilmente con il suo dovere di lealtà verso lo Stato Contraente, la persona: (i) In violazione di un divieto esplicito dallo Stato Contraente, abbia reso o continuato a rendere servizi, oppure abbia ricevuto o continuato a ricevere emolumenti da un altro Stato, oppure (ii) Si sia comportata in modo da recare grave pregiudizio agli interessi vitali dello Stato» (art. 8, comma 3 della Convenzione).

Non è possibile privare della cittadinanza italiana un cittadino che assume un incarico in un governo straniero, nel caso in cui questi sia privo della cittadinanza di altri Paesi

Sembrerebbe dunque ribadito quanto previsto dalla legge del 1992, ma queste deroghe fanno esplicitamente salva la regola generale di divieto di rendere apolide una persona; dunque, non è possibile privare della cittadinanza italiana un cittadino che assume un incarico in un governo straniero, nel caso in cui questi sia privo della cittadinanza di altri Paesi.
Inoltre, se anche egli avesse un’ulteriore cittadinanza e dunque non rischiasse di divenire apolide, è lecito chiedersi se davvero essere membri dell’esecutivo di un altro Paese membro dell’Unione europea (e non certo di un paese ostile) e non abbandonare l’incarico nonostante l’intimazione del ministro dell’Interno costituisca una condotta qualificabile quale una lesione del dovere di lealtà verso la Repubblica italiana, come richiesto dalla Convenzione.

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