LE NAVI DELLE ONG A LARGO DI MALTA

Caso migranti Sea watch, l’ultima parola spetta a Conte (sentito il Cdm)

di Andrea Carli


Migranti, ecco le tappe della vicenda Sea Watch

4' di lettura

Il 17esimo giorno di stallo nella vicenda dei 49 migranti a bordo delle navi delle ong tedesche Sea Eye e Sea Watch, a largo di Malta, registra ancora posizioni distanti all’interno dell’esecutivo giallo verde. Con il ministro dell’Interno Matteo Salvini che non arretra di un millimetro e ribadisce la linea dura, e l’altro vicepremier Luigi Di Maio, forte della sponda del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, a rivendicare una posizione più aperturista. A questo punto, al di là del braccio di ferro tra i due alleati di governo (le elezioni europee sono vicine), la domanda è: a chi spetta l’ultima parola sulla questione? Risposta: al presidente del Consiglio, sentito il Consiglio dei ministri. Lo prevede la Costituzione.

GUARDA IL VIDEO - Migranti, ecco le tappe della vicenda Sea Watch

L’articolo 95, prima comma, recita: «Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri». Questo in teoria. In pratica il quadro è molto più complesso, anche perché gli equilibri politici all’interno della maggioranza hanno il loro peso. E la Lega, di cui Salvini è leader, è azionista di maggioranza dell’esecutivo.

Al Viminale poteri di ordinanza in materia di immigrazione
Stando a quanto prevede il decreto legislativo 300/99, entrato in vigore il 14 settembre di quell’anno, tra le funzioni e i compiti che sono attribuiti al ministero dell’Interno, ci sono i «poteri di ordinanza» in materia di cittadinanza immigrazione e asilo».

La legge dell’88 sulle competenze del Consiglio dei ministri
C’è poi, da considerare quanto sancisce la legge 400/88. La norma prevede da una parte che sia il Consiglio dei ministri a determinare la politica generale del Governo; dall’altra però individua dei paletti ben precisi: il Cdm provvede a dirimere i conflitti di attribuzione tra i singoli ministeri. L’ipotesi che questa situazione si verifichi, e che un ministro sollevi la questione durante la riunione del governo, sembra allo stato attuale poco realista.

Toninelli: «Non ho emanato alcun decreto di chiusura dei porti»
Il conflitto dovrebbe infatti essere sollevato dal ministro delle Infrastrutture e dei trasporti. Il pentastellato Toninelli ha però chiarito la sua posizione: «Nessuna Autorità di sistema portuale italiana può arrogarsi prerogative che travalicano le sue funzioni amministrative. Darò mandato alle strutture del mio ministero di valutare eventuali accertamenti di natura disciplinare. Non ho emanato alcun decreto di chiusura dei porti perché non serve, non essendo alcun porto italiano interessato alle operazioni e non avendo il Mrcc (Maritime rescue coordination centre) italiano coordinato i soccorsi».

Corvaja (università Padova): sulla carta l’ultima parola spetta al premier
Queste decisioni - sottolinea Fabio Corvaja, ricercatore in diritto costituzionale presso l’università di Padova - impegnano la politica generale del governo, persino la responsabilità internazionale dello Stato, tanto che si deve pensare, da questo punto di vista, che siano coinvolte anche le competenze del ministro degli Esteri». La realtà è che, in una situazione come questa che si è creata con i migranti, ci sono tante competenze che si intersecano. «Secondo l'articolo 95 della Costituzione - continua Corvaja - il presidente del consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei responsabili dei singoli dicasteri. In base a questo principio, dunque, l’ultima parola in questa vicenda spetta a Conte, sentito il consiglio dei ministri. Il problema è che gli strumenti di cui dispone il presidente del consiglio sono piuttosto deboli e poco incisivi. Il presidente del consiglio ha più che altro poteri di “freno”. Può portare una delibera in consiglio dei ministri e provocare una decisione di tale organo; ma mentre è certo che la decisione dell’organo collegiale ha un peso politico, si discute se essa alla fine vincoli il ministro nell’assunzione delle determinazioni che la legge rimette alla sua responsabilità. Il rimedio estremo, vale a dire la possibilità di revocare un ministro, rimane legata agli equilibri politici interni alla coalizione, come in questo caso. Se non ci fossero questi equilibri, molti sostengono che il Presidente abbia la possibilità di revocare il ministro». Il ricercatore ricorda un precedente: è il caso di Filippo Mancuso. «Ministro della Giustizia del governo tecnico Dini, è stato sfiduciato dal Senato nell’ottobre del 1995. Il presidente del Consiglio ha proposto al Presidente della Repubblica la revoca del ministro, e ha controfirmato l’atto di revoca».

Tellarini (università Bologna): il Viminale non può chiudere i porti
Quanto alle competenze del Viminale e del ministero dei Infrastrutture e dei trasporti su questi temi, Greta Tellarini, professore associato di Diritto della navigazione presso la Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, spiega che il ministero dell’Interno «non ha competenza in materia di chiusura dei porti alle navi che abbiano prestato il soccorso, ma può solo vietare lo sbarco degli immigrati. I poteri del Ministro dell’Interno - aggiunge - sono circoscritti alle attività di garanzia dell’ordine pubblico e di vigilanza, prevenzione e contrasto dell’immigrazione clandestina via mare». La docente fa riferimento al Codice della navigazione (articolo 83), in base al quale «il ministro delle infrastrutture e dei trasporti può limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale per motivi di ordine pubblico, di sicurezza della navigazione e per motivi di protezione dell’ambiente marino, determinando le zone alle quali il divieto si estende». Quindi, continua Tellarini, «è il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti che con decreto può intervenire per vietare l’ingresso o l’approdo di navi nei porti solo in presenza dei comprovati ed imminenti pericoli di cui sopra. La competenza in materia di divieto di accesso fa capo dunque al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti». C’è poi un altro aspetto da prendere in considerazione: «La Convenzione di Amburgo del 1979 prevede che gli sbarchi debbano avvenire nel “porto sicuro”, che non necessariamente è quello più vicino al luogo del soccorso. Il porto sicuro viene individuato dal Maritime Rescue Coordination Centre che ha la responsabilità del coordinamento delle operazioni in mare. Se facciamo riferimento al caso SeaWatch e SeaEye - conclude Tellarini -, ora in acque territoriali maltesi, Malta può essere considerato porto sicuro, ma ha due criticità: insufficienti capacità ricettive attivate sull’isola dalle autorità maltesi; zona Sar molto ampia, per cui si avvale della cooperazione dell’Italia per il pattugliamento della sua zona Sar».

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...