Loggia Ungheria

Caso pm Milano: chiesta l’archiviazione per il procuratore Francesco Greco

Chiesta archiviazione per il procuratore Francesco Greco, indagato per omissione di atti d’ufficio per il caso dei verbali dell’avvocato Piero Amara

Ansa

4' di lettura

La procura di Brescia ha chiesto l’archiviazione per il procuratore della Repubblica di Milano Francesco Greco, indagato per omissione di atti d’ufficio per il caso dei verbali dell’avvocato Piero Amara su una presunta loggia Ungheria. Chiuse invece le indagini, come riportano alcuni quotidiani, per l’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, per il pm milanese Paolo Storari, per l’aggiunto Fabio De Pasquale e il pm, ora alla Procura europea, Sergio Spadaro. Il procuratore capo di Milano Francesco Greco era stato indagato nell'inchiesta sulla ‘guerra' in procura e sull'ipotesi che il suo presunto immobilismo potesse aver danneggiato le indagini sulla cosiddetta loggia Ungheria.

I fatti oggetto dell’indagine

A chiedere di archiviare la posizione di Greco è stato il suo collega Francesco Prete titolare con il pm Donato Greco dell’inchiesta che riguarda più in generale i procedimenti milanesi su Eni (del caso Eni-Nigeria si sta occupando anche l’ispettorato del Ministero della Giustizia) e la bufera che ha investito parte della magistratura italiana. Inchiesta che prosegue per l’aggiunto Laura Pedio mentre è stata chiusa per De Pasquale, Spadaro (adesso alla Procura europea), Storari e Davigo.
Le indagini nei confronti di Francesco Greco sono state aperte 3 mesi fa dopo le dichiarazioni rese nel corso degli interrogatori dello scorso maggio davanti ai pm bresciani da Storari, accusato invece di rivelazione del segreto d’ufficio in concorso con Davigo. A Greco, sentito 2 volte, era stato contestato di non aver proceduto tempestivamente con le iscrizioni delle notizie di reato dopo le rivelazioni fatte nel dicembre 2019 da Amara all’aggiunto Pedio e al pm Storari, allora rispettivamente titolare e coassegnatario del fascicolo sul cosiddetto falso complotto Eni.

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Le richieste di Storari

Storari, che allora aveva chiesto ripetutamente a Greco e Pedio di avviare accertamenti per verificare l’attendibilità di Amara, non ricevendo alcuna risposta, a suo dire, dalla inerzia dei suoi capi, consegnò i verbali di quelle gravi dichiarazioni sulla loggia a Davigo per autotutelarsi ed eventualmente l’apertura di una pratica al Csm. Questi verbali, non appena Davigo andò in pensione, sarebbero stati recapitati dalla sua segreteria, Marcella Contraffatto, nelle redazioni di alcuni quotidiani.
La richiesta di archiviazione è in sostanza motivata con il fatto che non spettava a Greco procedere con le iscrizioni nel registro degli indagati, poi effettuate a maggio dell’anno scorso, c’erano un aggiunto e un pm. Inoltre le mail scritte di Storari sono della fine di aprile 2020 mentre non sono provate le precedenti richieste verbali di accertamenti sulla presunta Loggia Ungheria.

La vicenda Eni

Per questa vicenda anche Pedio è accusata di omissione di atti d’ufficio. La vice di Greco è indagata poi per la gestione dell’ex manager della compagnia petrolifera Vincenzo Armanna, grande accusatore nel processo sorto attorno alla vicenda nigeriana (in primo grado tutti gli imputati sono stati assolti) e per questo valorizzato dall’aggiunto Fabio De Pasquale e da Spadaro pure loro finiti sotto inchiesta per rifiuto di atti di ufficio.

Per il Pm Brescia, da Davigo abusi su verbali

I pm di Brescia, nell’avviso di conclusione indagini a carico di Davigo e Storari, scrivono che Piercamillo Davigo avrebbe violato «i doveri inerenti alle proprie funzioni» e abusato «della sua qualità di componente del Csm», pur avendo «l’obbligo giuridico ed istituzionale» di impedire «l’ulteriore diffusione» dei verbali di Piero Amara e ne «rilevava il contenuto a terzi», consegnandoli senza alcuna «ragione ufficiale» al consigliere del Csm Giuseppe Marra. Verbali consegnati anche al vicepresidente David Ermini che «ritenendo irricevibili quegli atti» immediatamente «distruggeva la documentazione».
Davigo, come si legge nell’imputazione per rivelazione di segreto d’ufficio, avrebbe ricevuto “una proposta di incontro privato” da parte del pm Storari, “rassicurandolo di essere autorizzato a ricevere copia” di quei verbali dell’ex legale esterno dell’Eni e dicendogli che “il segreto investigativo su di essi non era a lui opponibile in quanto componente del Csm”.
Avrebbe così “rafforzato il proposito criminoso di Storari” e sarebbe così entrato “in possesso del contenuto di atti coperti da segreto investigativo”. E lo avrebbe fatto al di fuori di una “procedura formale”, non essendo applicabile quella descritta da due circolari del ’94 e ’95 del Csm, mentre Storari avrebbe dovuto “investire organi istituzionali competenti a risolvere questioni attinenti alla gestione dell’indagine”.
Davigo avrebbe dato “informalmente e senza alcuna ragione ufficiale” quei verbali a Marra “ma al solo scopo di motivare la rottura dei propri rapporti personali con il consigliere Sebastiano Ardita”. E lo avrebbe incaricato “di custodirli e di consegnarli al comitato di Presidenza, qualora glieli avesse richiesti”. Avrebbe riferito i contenuti dei verbali anche al consigliere di Palazzo dei Marescialli Ilaria Pepe per “suggerirle ’di prendere le distanze’” da Ardita, invitandola a leggerli.
Verbali che avrebbe fatto leggere anche al consigliere Giuseppe Cascini per “ottenere un giudizio sull’attendibilità” di Amara. Inoltre, la consegna a Ermini che giudicandoli “irricevibili” e “inutilizzabili le confidenze ricevute, immediatamente distruggeva” le carte. Avrebbe fatto leggere quegli atti anche al consigliere Fulvio Gigliotti e all’altro consigliere Stefano Cavanna avrebbe riferito di una “indagine segreta su una presunta loggia massonica, aggiungendo che ’in questa indagine è coinvolto Sebastiano Ardita’”. In più, avrebbe parlato di quei verbali con Nicola Morra, presidente della Commissione nazionale antimafia, per chiarire i motivi dei “contrasti insorti tra lui” e Ardita. Infine, avrebbe riferito il contenuto di quegli atti segreti alle sue “collaboratrici” Giulia Befera e Marcella Contrafatto.

Le reazioni degli interessati

«Ne prendiamo atto. È la chiusura di un primo capitolo che poi troverà eventualmente, ammesso che ci sia la richiesta di rinvio a giudizio, in una sede processuale la sua verifica». Lo afferma, Paolo Della Sala, difensore del pm Paolo Storari, dopo la notizia della chiusura indagini nei confronti del suo assistito indagato a Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio per aver consegnato all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo dei verbali secretati sulla presunta loggia Ungheria. «Con tutta la palta buttata addosso al dottor Storari, in realtà poi il suo fatto resta circoscritto a questo episodio, che era noto, e che non ha buchi di ricostruzione. È un problema giuridico, delicato, che noi confidiamo di risolvere positivamente», conclude il legale.

Atti da leggere attentamente

«Commenteremo dopo aver letto attentamente gli atti» che saranno depositati nei prossimi giorni. Lo ha spiegato il legale Francesco Borasi, avvocato di Piercamillo Davigo, dopo la chiusura dell’inchiesta per rivelazione di segreto d’ufficio a carico dell’ex componente del Csm, indagato in questa tranche dell’inchiesta della Procura di Brescia assieme al pm milanese Paolo Storari per il caso dei verbali di Piero Amara. Verbali che il pm Storari, a suo dire per autotutelarsi per la presunta inerzia nelle indagini sulla cosiddetta ’loggia Ungheria’, consegnò nell’aprile del 2020 all’allora componente del Csm.

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