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Caso Regeni: «Soliti sospetti», la stampa e il mondo dei vinti

di Alberto Negri

(REUTERS)

3' di lettura

Ci sono morti che nessuno vuole avere sulla coscienza, ma il cui cadavere deve essere rapidamente sepolto per passare ad altro. Giulio Regeni è uno di questi, ma dopo oltre un anno non hanno ancora trovato una lapide convincente.

E forse mai ci riusciranno perché nessuna versione dei fatti sarà abbastanza plausibile: dal complotto contro il generale Abdel Fattah al-Sisi di spezzoni di servizi segreti a una trama internazionale che potrebbe coinvolgere più potenze straniere per danneggiare l’autocrate del Cairo e allo stesso tempo gli interessi italiani in Egitto, da quelli energetici alla Libia, dove il Cairo sostiene, insieme a Parigi, Mosca ed Emirati, il generale Khalifa Haftar. I soliti sospetti sono la Francia e la Gran Bretagna, gli stati promotori insieme agli Usa dei bombardamenti sulla Libia di Muammar Gheddafi nel 2011. Ma potrebbero essercene anche altri perché con il mega-giacimento di gas di Zhor l’Eni ha assunto un ruolo importante per la diplomazia non solo energetica della regione orientale.

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Quell’evento, l’attacco al raìs libico, dovrebbe essere segnato a caratteri cubitali sull’agenda italiana perché si è trattato della maggiore sconfitta del Paese dalla fine della seconda guerra mondiale: incapace e impossibilitata a difendere il suo maggiore alleato nel Mediterraneo, che soltanto sei mesi prima aveva ricevuto a Roma in pompa magna, l’Italia non solo ha perso la partita, ma ha dovuto persino unirsi ai raid aerei quando la Nato ha inserito i terminali dell’Eni tra gli obiettivi da colpire.

La nostra credibilità nei confronti dei partner della Sponda Sud è scesa a un livello molto basso e tutti ne hanno approfittato, dai governi alleati a quelli della regione, alle mafie dei migranti che hanno destabilizzato i nostri stessi confini. Ma in questi anni per i nostri concorrenti e presunti alleati, europei o arabi, è stato ancora più irritante constatare che nonostante la fine di Gheddafi l’Eni rimane in Libia la compagnia più importante che estrae due terzi del gas e del petrolio fornendo la corrente elettrica a tutto il Paese. Se l’idea era espellere gli italiani l’operazione non è riuscita. Non solo. Pur essendo in grave ritardo nei negoziati con Haftar, l’Italia ha sostenuto il governo di Fayez al-Sarraj riconosciuto dall’Onu e mandando una modesta flottiglia di navi sta faticosamente rimettendo in rotta di navigazione la guardia costiera libica, un labile simulacro di Stato. Più o meno lo stesso discorso vale per l’Egitto, un Paese dove i britannici ci avrebbero volentieri cacciato a pedate 70 anni fa ai tempi di re Farouk che, dopo il colpo di stato di Gamal Abdel Nasser, venne in esilio proprio a Roma mentre a Londra e al Cairo decidevano i destini della Libia mettendo in sella il senusso Re Idris.

Il caso Regeni, tra attualità e storia, si inserisce in questo contesto. Al di là delle polemiche sul ritorno dell’ambasciatore italiano in Egitto, che forse avrebbe potuto essere rimandato anche prima o in un altro momento, appare sconcertante quanto scritto, con straordinario e quasi sospetto tempismo, dal New York Times Magazine, ovvero che gli Stati Uniti avevano passato al governo informazioni sul coinvolgimento degli apparati di sicurezza egiziani, ma senza fornire prove e riferimenti.

Il governo italiano smentisce. Ora è difficile capire chi dice più bugie, ma forse è più facile comprendere perché escono queste notizie. Anche gli Usa devono giustificare la loro posizione: sono i protettori dell’Italia, ma anche i maggiori fornitori di aiuti militari all’Egitto e Al Sisi che garantisce la lotta al terrorismo islamico e buoni rapporti con Israele. Il caso Regeni disturba anche loro perché nonostante le pressioni di Roma non sono riusciti a ottenere nulla di concreto dal Cairo e la stampa – maledetta stampa – continua a scrivere di questo orrore. A britannici e francesi il caso Regeni torna oggettivamente comodo: ha congelato i rapporti diplomatici dell’Italia con il Cairo e minato – ma forse non abbastanza – la storica partnership tra i due Paesi.

L’Italia da 70 anni appartiene al mondo dei vinti e Giulio Regeni, nonostante lavorasse per istituzioni britanniche, è stato ricacciato, da morto assassinato, in quel mondo. Per i vinti, soprattutto quando sono rimasti vulnerabili e divisi, ottenere giustizia è più difficile: possono chiedere soltanto clemenza. Ma se continueranno a domandare verità e giustizia saranno un po’ meno vinti.

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