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Caso Report, se la fonte è meno tutelata lo è anche la democrazia

La decisione del Tar di obbligare un giornalista del servizio pubblico a mostrare l’intera documentazione relativa a un suo servizio indebolisce il ruolo che la stampa dovrebbe avere

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

(Imagoeconomica)

4' di lettura

Ha fatto molto rumore la decisione del Tar Lazio di imporre alla Rai di mostrare l’intera documentazione utilizzata dalla trasmissione Report per confezionare un servizio incentrato sul ricorrente.
Il ragionamento del Tribunale amministrativo è semplice: la Rai, in quanto gestore di un pubblico servizio, è assoggettata al diritto di accesso previsto dalla disciplina in materia di trasparenza della pubblica amministrazione. Sicché, qualora una persona abbia un interesse alla conoscenza di documenti in possesso del gestore, quest’ultimo è obbligato a fornirli.

In questo caso il soggetto di cui si parlava in un’inchiesta di Report aveva chiesto che gli fosse messo a disposizione il materiale con cui la puntata era stata confezionata, per consentirle di tutelare la propria reputazione. Riconosciute le ragioni del ricorrente, l’azienda televisiva è stata obbligata a mostrare la documentazione richiesta.

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Il ricorrente non chiedeva alla Rai la fonte delle notizie

Il “rumore” è stato in buona parte originato dalla reazione della Rai e del giornalista che conduce la trasmissione, che hanno annunciato non solo che impugneranno la decisione, ma che si rifiuteranno di consegnare le “carte”, in quanto ciò violerebbe la riservatezza che ogni giornalista deve alle proprie fonti. In più, è stato sottolineato, una simile pronuncia crea una disparità incomprensibile tra giornalisti del servizio pubblico e tutti gli altri, in quanto le fonti dei primi sarebbero molto più facilmente rivelabili.

Ora, prima di affrontare il merito della questione, va detto che il ricorrente non chiedeva alla Rai di rivelare la fonte delle notizie. E anzi, dalla sintesi che la sentenza fa del ricorso, sembra che l’interessato si sarebbe “accontentato” di avere le “carte” su cui l’inchiesta si basava, anche con l’omissione del nome di eventuali fonti che i giornalisti intendessero mantenere riservate.

Qualcosa nella decisione del Tar stride

In secondo luogo, non è chiarissimo il motivo per cui il privato abbia formulato una simile richiesta. Per tutelare la propria reputazione egli non ha la necessità di provare alcunché: è sufficiente che affermi la offensività delle affermazioni. Spetterà, viceversa, alla “controparte” fornire la prova, qualora le affermazioni fossero davvero diffamatorie, di avere fatto buon governo dei presupposti del diritto di cronaca o di critica, in primis quello di avere raccontato, o preso spunto, da fatti veri. Per farlo, è possibile che in questa diversa fase il giornalista debba decidere se rivelare le proprie fonti.

Ciò detto, in ogni caso, non si può non notare che qualcosa, nella decisione del Tar, stride. È certamente vero che la Rai gestisce un servizio pubblico. Tuttavia, è altrettanto vero che alcune trasmissioni sono senza dubbio riconducibili all’attività giornalistica. Quest’ultima, a livello sia nazionale sia sovranazionale, gode di uno statuto peculiare e di garanzie specifiche. Ciò in quanto essa è collegata alla libertà di manifestazione del pensiero, su cui si regge la vita democratica: per meglio deliberare, bisogna ben conoscere. Una ancora maggiore libertà va garantita nel controllo del potere che, in assenza di tale controllo, tende a degenerare.

Fonte tutelata uguale a cronista più informato

La disciplina sulla tutela della fonte appartiene proprio a quello statuto. L’identità della fonte può essere rifiutata (da un giornalista professionista, limitazione di dubbia costituzionalità) persino al pubblico ministero o alla polizia giudiziaria; ed è soltanto il giudice che può obbligarne la rivelazione quando ciò sia indispensabile per la prova del reato. Ancora: la giurisprudenza nazionale ed europea ha ritenuto illegittimo il sequestro di telefoni, agende, computer di giornalisti volto a svelare la fonte di notizie, anche rilevanti per le indagini. Lo scopo è quello di favorire il racconto di fatti al giornalista, nella rassicurante certezza che le regole dell’ordinamento gli permettono di proteggere l’anonimato di chi si è esposto. Fonte tutelata significa cronista più informato, quindi più efficace nel proprio mestiere di guardiano del potere e più autorevole davanti all’opinione pubblica.

Non si riesce davvero a comprendere per quali ragioni il giornalista della televisione pubblica debba subire una disciplina di sfavore, se non altro in termini di obblighi di trasparenza, rispetto a qualunque altro suo collega.

I giudici amministrativi rassicurano sul fatto che la decisione non implicherà la violazione del segreto professionale, in quanto l’ostensione riguarderebbe scambi di informazioni scritte fra la redazione e soggetti pubblici. Non conosciamo gli atti e dunque non possiamo prendere posizione sul punto.

Il giornalista del servizio pubblico non va indebolito

Tuttavia in generale ci pare che in punto di diritto la decisione non sia condivisibile. Non crediamo, infatti, possa esservi dubbio che l’attività giornalistica, da chiunque posta in essere, soggetto privato o gestore di un servizio pubblico, debba avere la medesima disciplina, in particolare quando si tratta delle caratteristiche tipiche del mestiere che ne fanno, appunto, un pilastro della vita democratica.

Imporre al giornalista del servizio pubblico il disvelamento del materiale su cui imposta il proprio lavoro significa indebolirlo, poiché ciò implica un “messaggio” alle sue fonti: sarete, se non altro, un po’ meno tutelate. Se esiste un obbligo di disvelamento del materiale raccolto, esiste, per ovvia conseguenza, un maggior rischio di rivelazione, anche non voluta, dell’identità della fonte.

E se vogliamo, come vorremmo, che la Rai assomigli sempre di più alla Bbc, il giornalista del servizio pubblico non va indebolito, al contrario.

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