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Caso Siri, il figlio di Arata assunto da Giorgetti a Palazzo Chigi


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4' di lettura

Federico Arata, figlio del professor Paolo Franco Arata indagato con l’accusa di aver corrotto il sottosegretario Armando Siri , è stato assunto a Palazzo Chigi dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti. In particolare, avrebbe firmato un contratto nel Dipartimento programmazione economica. Franco Paolo Arata è anche accusato di essere la «testa di legno» dell’imprenditore siciliano Vito Nicastri, ritenuto uno dei finanziatori del boss latitante Matteo Messina Denaro. Stando ai magistrati delle procure di Palermo e Roma, Arata avrebbe corrotto Siri con lo scopo di ottenere provvedimenti di favore nel settore delle rinnovabili.

Arata, il presunto «schermo» di Cosa nostra
Secondo i pm era lo «schermo» attraverso cui Cosa nostra intendeva far arrivare le proprie istanze nei palazzi del potere politico. Lo sostengono gli atti giudiziari dei magistrati, che ritengono il professore ed ex deputato di Forza Italia Paolo Franco Arata - tra i sette docenti incaricati da Matteo Salvini di scrivere il piano di governo – l’anello che univa gli interessi imprenditoriali nel settore rinnovabili di Vito Nicastri, legato al boss Messina Denaro, con ambienti dell’esecutivo.

La tangente da 30mila euro a Siri
Nella Capitale, con l’accusa di corruzione, è indagato il sottosegretario alle Infrastrutture Siri. Il politico, ideologo della Flat tax e braccio destro del ministro dell’Interno, è estraneo ai presunti fatti di mafia, ma da Arata – che lo stesso sottosegretario aveva proposto come commissario per la “Sblocca cantieri” - avrebbe ricevuto 30mila euro per inserire «emendamenti – si legge nei documenti - contenenti disposizioni in materia di incentivi per il cosiddetto “minieolico”». Il presunto motivo per il quale ci fossero state queste richieste da parte di Arata lo spiegano, invece, gli atti della Procura di Palermo. Secondo i magistrati, infatti, Arata risponde dell’accusa di trasferimento fraudolento di valori aggravato dal metodo mafioso, in quanto sarebbe la sospetta «testa di legno» di Vito Nicastri, che al docente leghista e al figlio Francesco avrebbe intestato «la titolarità e la disponibilità di quote delle società Etnea srl, Alqantara srl, Solcara srl, Solgesta srl, Bion srl ed Ambra Energia srl», tutte impegnate nel settore delle rinnovabili. I benefici degli emendamenti, dunque, avrebbero avuto effetto sulle società ritenute di origine mafiosa. D’altronde Nicastri, scrivono i pm siciliani negli atti, già in una precedente indagine aveva fatto «guadagnare al sodalizio mafioso somme di denaro, in parte destinate anche al latitante Matteo Messina Denaro».

Il giro di società «mafiose»
«Naturalmente tuo papà mi ha fatto scrivere una carta che la società è sua al metà per cento, che ce l'ha... tuo papà le carte ce l’ha dal notaio. Però non ha tirato fuori una lira, neanche di Solcara (una società ndr), ed erano soldi che mi dovreste dare, quando c’era la possibilità, me li dovreste... giustamente me li dovreste dare». Una delle società tra l’imprenditore ritenuto vicino alla mafia Vito Nicastri e il faccendiere vicino alla Lega Paolo Arata è stata costituita davanti a un notaio. A raccontarlo, non sapendo di essere intercettato nell’ambito di una inchiesta su un giro di tangenti alla Regione siciliana dei pm di Palermo, è lo stesso Arata accusato, insieme a Nicastri di corruzione e intestazione fittizia di beni aggravata dall’avere agevolato Cosa nostra.
Arata, si evince da dialoghi, ha una serie di problemi economici relativi al business che condivide con Nicastri nel settore delle energie alternative. «Mi fidavo totalmente di tuo papà, - dice al figlio dell’imprenditore, pure lui indagato -per stima, per mille motivi, gli son sempre stato vicino, prima. In quel momento lì lui era zero, non aveva una lira in tasca, ed io gli ho dato trecentomila euro», si sfoga. «Io venivo giù - prosegue - e mi dicevate sempre “è a posto”. Avete avuto diciotto mesi di tempo, cioè, non un giorno, non è che era il duemilasedici, era il duemilaquindici, dicembre duemilaquindici quando io vi ho dato i soldi. Siamo arrivati, dove siamo arrivati perché tuo papà, io venivo qua e gli dicevo: ma scusa Vito...: ah no, non me ne occupo... ma come non te ne occupi, io ti ho pagato e non te ne occupi?».

Verbali dei fedelissimi di Di Maio
Nei giorni scorsi gli inquirenti della Procura di Roma hanno disposto una serie di audizione di persone informate sui fatti, tra i quali spiccano alcuni fedelissimi del vicepremier M5S Luigi Di Maio. Si tratta del capo di gabinetto Vito Cozzoli, della vice Elena Lorenzini e del sottosegretario Davide Crippa. Tutti hanno confermato ai magistrati di aver ricevuto pressioni dal sottosegretario Armando Siri, che intendeva inserie alcuni emendamenti relativi all’energia.

La polemica politica
Il Pd chiama il premier Conte a riferire sulla vicenda: «Dopo le recenti rivelazioni della stampa secondo la quale il figlio dell'imprenditore Arata, quest’ultimo indagato insieme al sottosegretario Siri, sarebbe stato assunto recentemente dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti, il presidente Conte non può nascondersi e ha il dovere di presentarsi in Parlamento per chiarire una vicenda che getta inquietanti ombre sul Governo. Le ipotesi di indagine della Magistratura sono gravissime e impongono al Governo di fare chiarezza». È quanto si registra da fonti del Partito democratico. Da parte leghista, però, si respingono le accuse: «Parlamentari e ministri della Lega continuano a lavorare anche in questi giorni di festa. Non rispondono a polemiche e insulti che si sgonfieranno nell’arco di qualche ora. Federico Arata è persona preparata. Alleghiamo curriculum». È quanto sottolineano fonti qualificate della Lega con una nota.

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