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Caso Val d’Enza tra manipolazioni, incompetenza e tagli al welfare

di Vittorio Pelligra


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7' di lettura

L’inchiesta sui servizi sociali della Val d'Enza, nel Reggiano, è ancora in corso, per cui non commenteremo i fatti. Ci sono però alcuni aspetti che riteniamo importante sottolineare, certamente non per suggerire risposte, che non potrebbero che essere generiche e affrettate, ma magari per contribuire a intravedere almeno alcune domande che sarebbe utile porsi.

Le indagini coordinate dalla Procura di Reggio Emilia, evidenzierebbero comportamenti scorretti da parte di psicologi e assistenti sociali, una vera e propria associazione a delinquere finalizzata all’allontanamento, sulla base di prove artefatte, di minori dalle famiglie di origine, per darli in affido ad altre famiglie. L’inchiesta prosegue e speriamo porti presto a conclusioni certe. Non come quella, per molti versi simile, e riportata alla ribalta da un recente libro di Paolo Trincia, “Veleno” (Einaudi, 2019).

Inchiesta, che sul finire degli anni '90, portò all'allontanamento di decine di bambini dai loro genitori, accusati di far parte dei “Diavoli della Bassa”, una organizzazione di pedofili capeggiata dal parroco di San Biagio e Staggia. Un gruppo dedito ad atroci violenze, rituali satanici e perfino autori di diversi omicidi, che in quegli anni, secondo l’accusa, operava in alcune località della Bassa Modenese. Non si trovò nessun riscontro a questi racconti, nessuna denuncia di scomparsa, nessun corpo. Solo i resoconti dei bambini, ottenuti con metodi quantomeno “borderline”, da una psicologa neo-laureata, allora tirocinante, senza nessuna esperienza specifica su abusi e violenze. Quello che emerge a distanza di vent'anni sembra, più che altro, un gigantesco e angosciante caso di suggestione collettiva, a cui però i giudici credettero, nonostante l’assurdità delle testimonianze, “fabbricate” più che raccolte.

Dopo gli allontanamenti arrivarono le condanne, tante e pesanti, poi, per alcuni il carcere ingiusto, e solo dopo, per molti dei protagonisti, anche le assoluzioni e le revisioni dei processi. Molti non ci sono più. Cinque dei protagonisti sono morti, una mamma, suicida, il parroco, di “crepacuore”, il giorno dopo la condanna a 14 anni di carcere. I genitori non hanno mai più rivisto i loro figli. Un campo di macerie, ingiustizie, violenze psicologiche e interessi inconfessabili.

Sembra che l’inchiesta di oggi e quella di vent'anni fa abbiano qualche elemento comune, qualche personaggio che le lega, un filo rosso che unisce queste due storie e che speriamo aiuti, oggi, a trovare una chiave interpretativa differente da parte di giudicanti e inquirenti.

Di sicuro ci sono alcune questioni importanti che emergono da questi fatti, questioni sulle quali è necessario interrogarsi per orientarsi nella tragicità di vicende simili. Domande rilevanti, che è bene iniziare a porsi.

Il primo punto riguarda la fragilità della nostra mente. Il nostro cervello è un organo meraviglioso, ma fragile. A volte ci porta su sentieri sbagliati, a volte ci inganna e può essere facilmente manipolato. Una di queste manipolazioni, tra le più impressionanti, ha a che fare con la possibilità di impiantare nella nostra memoria dei falsi ricordi. È possibile, cioè, ricordare situazioni, eventi, sensazioni, che non abbiamo, in realtà, mai vissuto o sperimentato. Le neuroscienze della memoria hanno mostrato che i nostri ricordi non vengono creati e depositati in cassetti dove rimarranno fino al momento di essere rievocati nuovamente. Il processo del ricordare è più simile al rivivere l’esperienza che non al richiamarla alla mente, per cui ogni volta che ricordiamo, in qualche modo, ricreiamo le strutture neuronali che si erano fissate nel momento dell’esperienza stessa.

Il nostro cervello è un organo meraviglioso, ma fragile. A volte ci porta su sentieri sbagliati, a volte ci inganna e può essere facilmente manipolato. Una di queste manipolazioni, ha a che fare con la possibilità di impiantare nella nostra memoria dei falsi ricordi

Questo processo di ricreazione può essere alterato producendo fenomeni anomali nel funzionamento dei nostri ricordi. Da un punto di vista psicologico i ricordi non sono altro che storie autobiografiche che ci raccontiamo e ri-raccontiamo. Queste storie possono essere facilmente influenzate da fattori contestuali, da aspettative, da interazioni sociali. Attraverso tecniche, neanche troppo complicate, fatte di domande, evocazioni, affermazioni, attese, è possibile impiantare, nella mente di soggetti predisposti, dei ricordi di esperienze mai vissute. Nella maggior parte dei casi la creazione di falsi ricordi avviene spontaneamente, senza l’intervento di soggetti esterni; hanno conseguenze di poca importanza o addirittura positive, per esempio quando ricordiamo una vacanza come più bella di quanto non sia stata in realtà, ma in alcune altri situazioni, per esempio nel caso di testimonianze legali, interrogatori, o resoconti come quelli considerati in indagini su abusi, le conseguenze dei falsi ricordi possono essere terribili.

Esiste una abbondante casistica di errori giudiziari causati da falsi ricordi di testimoni e scoperti solo grazie a tecniche oggettive quali l’analisi del Dna. Anche per questo, quando è necessario un intervento psicologico, per far emergere ricordi di eventuali abusi su minori, le tecniche utilizzate necessitano di una validazione più che robusta da parte della comunità scientifica e gli operatori incaricati dovrebbero obbligatoriamente essere in possesso, non solo di strumenti tecnici adeguati, ma anche di grande esperienza e di grandi qualità umane. Purtroppo, non sempre questi requisiti sono rispettati: ricordiamo che la psicologa da cui scaturì il caso dei “Diavoli della Bassa” era una tirocinante alla sua prima esperienza sul campo.

La spesa destinata a misure di protezione sociale in Italia è superiore rispetto alla media dei Paesi europei ma la stragrande parte di questa spesa viene assorbita dalla voce “pensioni”

Si intravvede, qui, la seconda questione, che ha a che fare con il cronico sottofinanziamento delle politiche sociali in Italia. La spesa è rimasta praticamente inalterata negli ultimi dieci anni, mentre i bisogni sono cresciuti in maniera rilevante dopo la crisi economica. A questo si affianca l’enorme disparità a livello dei diversi territori nazionali, che un paese come l'Italia sperimenta. Nel 2016, per esempio, nei comuni della Calabria si sono spesi, per servizi sociali, in media 22 euro per ogni residente a fronte dei 517 euro spesi, invece, nei comuni della provincia di Bolzano. Complessivamente, la spesa destinata a misure di protezione sociale, in funzione del Pil, in Italia è superiore rispetto alla media dei Paesi europei (30% contro il 27% della media Ue), ma la stragrande parte di questa spesa viene assorbita dalla voce “pensioni” e, visti i nuovi provvedimenti, tale tendenza si accentuerà ulteriormente. Al netto di queste voci, invece, la spesa per le altre politiche sociali è tra le più basse in Europa.

La questione, però, non è solo legata ai vincoli di bilancio, ma anche ad una impostazione culturale secondo cui il welfare è una macchina risarcitoria e non tanto uno spazio in cui si investe sulla capacitazione dei cittadini. Un costo, insomma, non un investimento. Un sistema cui vengono attribuite risorse insufficienti e basato, spesso, su posizioni precarie e che, per questo, determina la creazione di un “welfare a progetto”, come lo definisce Gianmario Gazzi, Presidente nazionale dell'Ordine degli Assistenti Sociali; un sistema che contrasta chiaramente con i diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Questa logica vecchia produce politiche di retroguardia, insufficienti e inefficaci.

La terza questione discende direttamente dalla seconda. Quando i soldi sono pochi, i Comuni, su cui ricade la responsabilità della gestione del welfare locale, sono spesso costretti ad esternalizzare i servizi. Questo fatto, che potrebbe anche avere elementi grandemente positivi, nell'ottica di una sussidiarietà bene intesa, produce spesso, al contrario, una serie di problemi: anche qua, la diversa qualità e quantità di organizzazioni del terzo settore che caratterizza i diversi territori nazionali, introduce elementi di iniquità sociale e geografica. Dove il terzo settore (privato) è più sviluppato, i servizi (pubblici) funzionano meglio, dove invece lo è meno, i risultati saranno qualitativamente più scadenti. C'è, poi, un secondo ordine di problemi. Queste esternalizzazioni dei servizi, si basano praticamente sempre sulla logica del massimo ribasso, che nel settore non-profit, è equivalente ad una minimizzazione dei costi e quindi della qualità del servizio. Lo Stato utilizza il mercato, ma ricreando la stessa logica inefficiente, dal punto di vista del benessere dei cittadini, che si registrerebbe in regime di monopolio.

Le esternalizzazioni dei servizi si basano sempre sulla logica del massimo ribasso, che nel settore non-profit, è equivalente ad una minimizzazione dei costi e quindi della qualità del servizio

C'è poi un quarto tema, importante, legato agli incentivi che emergono in un settore nel quale, a volte, la distinzione tra operatore professionale (psicologo o assistente sociale) e prestatore di servizi (struttura di accoglienza, consulente, etc.) è, nel migliore dei casi, sfumata. Sempre nella vicenda dei “Diavoli della Bassa”, venne alla luce il fatto che la psicologa da cui partì tutto il caso e che inizialmente lavorava per l'Azienda sanitaria locale, divenne, dopo poco, responsabile di una struttura privata che ospitava proprio minori allontanati dalle famiglie e successivamente dati in affido e adozione. Tenuto conto delle risorse pubbliche investite in casi simili – quasi quattro milioni di euro tra spese di accoglienza, spese legali, consulenze e supporto psicologico, solo nel caso raccontato in “Veleno”, - si intravede il rischio di un gigantesco e intollerabile conflitto di interessi. La governance degli enti locali non può essere così scadente da creare situazioni potenzialmente pericolose per la tutela dell’interesse pubblico, come queste. Una riflessione a parte meriterebbe, poi, la vigilanza e i poteri sanzionatori degli ordini professionali che dovrebbero essere rapidamente rafforzati e implementati più efficacemente.

Alla fine, rimane lo sgomento per vicende che hanno al centro il dolore innocente dei più fragili e vulnerabili. La sofferenza di questi bambini, provocata a volte da genitori e adulti infami, ma altre volte, con sospetti, incompetenza e teoremi, proprio da quelle strutture di protezione che dovrebbero accogliere e tutelare il benessere dei più piccoli e indifesi. Loro sono le vittime, sempre.

Si pone ora un'altra scelta tragica: far tornare a casa quei piccoli allontanati ingiustamente dalle loro famiglie naturali e strapparli, così, alle loro nuove famiglie adottive, recidendo legami e devastando percorsi di vita ormai consolidati, oppure proteggere tutto questo, a costo di negare il sacrosanto diritto dei genitori naturali a rivedere e riabbracciare i loro figli. «Portatemi una spada e tagliate in due il bambino e poi datene una metà all'una e una metà all'altra», disse il re Salomone davanti a due madri che reclamavano la maternità dello stesso figlio. La madre vera cedette e decise di lasciare il bambino alla madre falsa, pur di risparmiarne la vita. Il re saggio, comprese il gesto e fece restituire il piccolo alla madre autentica. Il cuore di una madre vera mette sempre linteresse dei figli sopra ogni cosa. Ci possiamo solo augurare che anche chi dovrà decidere sul destino di questi sfortunati bambini, abbia la stessa saggezza di Salomone e lo stesso cuore di quella madre autentica.

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