intervista al ct del ciclismo

Cassani: «Con un calendario senza precedenti tutto può succedere. Per il Mondiale punterò sull’usato sicuro»

Colloquio a tutto campo con il commissario tecnico della nazionale italiana di ciclismo sulla difficile e anomala ripartenza delle gare, sui tre mesi di corse che ci attendono, senza trascurare gli spinosi temi della sicurezza stradale

di Dario Ceccarelli

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Davide Cassani (Getty Images)

Colloquio a tutto campo con il commissario tecnico della nazionale italiana di ciclismo sulla difficile e anomala ripartenza delle gare, sui tre mesi di corse che ci attendono, senza trascurare gli spinosi temi della sicurezza stradale


5' di lettura

«La verità? Sono stanco di aspettare. Ho voglia che si cominci… La mia vita è sempre stata tutt'uno col ciclismo. Prima da dilettante, poi dal 1984 come corridore professionista, quindi commentatore televisivo e dal 2014 commissario tecnico della nazionale su strada. Sono stanco di estenuanti discussioni sui controlli. Necessari, certo. Ma non vedo altrettanto rigore nelle spiagge o nelle discoteche. Il ciclismo è già per sua natura strutturato. Dietro ogni corsa c'è una organizzazione abituata a fare filtro agli arrivi e alle partenze. Sono stanco, amareggiato. Ho l’impressione che lo sport, strumento di crescita e aggregazione soprattutto per i più giovani, venga sempre lasciato indietro. Le priorità sono sempre altre….».

Davide Cassani, 59 anni, romagnolo di Faenza, da sei anni guida degli azzurri, è per sua natura un uomo paziente che non si ferma a rimirare solo il proprio orticello. È pacato, ama spiegarsi con chiarezza e precisione. Non a caso è diplomato in ragioneria. Lo si capisce anche quando in tv commenta una corsa o dà un giudizio su un corridore. Sempre equilibrato. Difficile che gli scappi una parola in più. Più facile anzi che gliene scappi una in meno. Prima di dare un giudizio tranciante, preferisce ragionarci sopra, come quando ai mondiali, ai tempi di Alfredo Martini, grande timoniere della nazionale negli anni Ottanta e Novanta, Cassani faceva il regista in corsa. Il vice allenatore in campo. Senza auricolari e tecnologie varie, Davide era il punto di riferimento dei compagni. Anche i big, Bugno, Chiappucci, Argentin, Fondriest sapevano che il filo della corsa passava da lui, sempre attento a cogliere l'attimo fuggente, o la fuga che poteva rivelarsi decisiva.

«Una grande scuola, quella di Alfredo Martini», ricorda Davide con una incrinatura nella voce. «Alfredo sapeva prima ascoltare e poi parlare ai corridori. Per ognuno aveva una parola particolare. Non dimenticava mai nessuno. Una magnifica persona, prima che un grande tecnico».Cassani è paziente - nel frattempo ha anche fatto uscire un libro per Rizzoli dal titolo Il ciclista curioso. Scoprire pedalando angoli e scenari meravigliosi d’Italia - però è anche stanco di aspettare. Il calcio è partito, la Formula uno pure. Per il ciclismo invece si continua a parlare. A mettere i puntini su ogni cosa. Il distanziamento, gli alberghi, le premiazioni. Protocolli complicati.

Quest'anno il calendario è concentrato in tre mesi. La prima corsa, la Milano-Torino, è il 6 agosto. Due giorni dopo la Milano-Sanremo; a ferragosto il Giro di Lombardia. Il Tour de France si corre dal 29 agosto al 20 settembre; il Mondiale una settimana dopo in Svizzera. Il Giro d'Italia dal 2 al 25 ottobre, in concomitanza con le classiche del Nord. Il Giro di Spagna dal 20 ottobre all'8 novembre. Insomma, un calendario che non ha precedenti. Dove tutto può succedere.

Cassani, lei su Facebook ha postato uno sfogo amaro. A chi era indirizzato? Alla politica?

«Ho espresso, ironicamente, uno stato d'animo. Questo Covid, ho scritto, mi ha fatto capire una cosa: che lo sport fa male… Un modo per far capire che lo sport viene sempre lasciato indietro, quasi fosse un qualcosa di superfluo. Invece, come la scuola, è fondamentale, soprattutto per i giovani. Dà loro dei valori. Li abitua a crescere. A confrontarsi. Se non si riparte perdiamo metà delle squadre, il 30-40% dei ragazzi. Ma questa era l’unica strada. Vero che sarà tutto concentrato in novanta giorni, però almeno il movimento si rimette in moto. Non c'era scelta. Il ciclismo non si alimenta coi diritti televisivi, non ha biglietti per l'ingresso. Senza sponsor si chiude…»

Senta Cassani, prima di parlare del calendario, e di agonismo, parliamo di sicurezza. E uno dei nervi scoperti delle due ruote. Vittime e incidenti sono all'ordine del giorno. Proprio il suo vice, Marco Velo, durante un allenamento ha perso la sua compagna, Roberta Agosti, investita da un camion che veniva in senso opposto. Cosa si può fare per fermare questa strage infinita?

«Quello della sicurezza, è il problema dei problemi. Un nodo ineludibile. E non riguarda solo i ciclisti, visto che ogni anno muoiono anche 3000 automobilisti in incidenti stradali. Riguarda tutti, anche se poi a farne le spese sono i soggetti più fragili. La morte di Roberta è stata una fatalità, ma le istituzioni devono garantire piste ciclabile vere, non disegnate sulla carta e spacciate come la grande rivoluzione della sostenibilità. Bisogna andare per gradi. In Olanda non ci sono arrivati in due mesi. Bisogna essere lungimiranti, capire che portare il 10 per cento di ciclisti in più sulle strade vuol dire ridurre del 10 per cento il traffico automobilistico. Numeri importanti per la qualità dell'aria e per la salute dei cittadini. A Barcellona, senza tanti proclami, durante il lockdown hanno fatto un sacco di piste ciclabili in più. Da noi, invece, se ne è solo parlato, cosa ben diversa dal farlo veramente. Il problema è uno solo: che le politiche lungimiranti nell’immediato non danno voti. E questo è un guaio. Perchè così si vive solo per il presente. L'altro aspetto, altrettanto importante, è l’educazione e il rispetto di noi tutti. Giusto chiedere più sicurezza a chi governa, ma è altrettanto giusto, da parte degli utenti, essere corretti e rispettosi. Anche qui, mi spiace dirlo, non siamo sempre all'altezza».

Comunque, tornando al calendario ciclistico, tra poco siamo in partenza. Che stagione sarà?

«Mah, sarà tutto molto strano. Un po' come succede nel calcio. In 90 giorni il picco di forma non durerà più di 4-5 settimane. Quindi bisogna arrivare in forma alle gare su cui si punta e allenarsi in corsa nelle altre. Poi non abbiamo precedenti per fare previsioni. La Milano-Sanremo è in agosto, con almeno 30 gradi. Mai capitato. Di solito si svolge all'inizio della primavera, a volte perfino con la nebbia e con la neve. In queste condizioni può cambiare tutto. Diventare anche una corsa per scalatori…»

E Il Giro d’Italia? Si farà In ottobre, quasi in autunno. Come vede Nibali?

«Anche in questo caso prevedo sorprese. Certo il Giro è penalizzato, in concomitanza con le classiche del nord. Però chi fa quelle corse non ha mai puntato al Giro d’Italia. Sarà un bel Giro, combattuto. E Nibali lo vedo bene. Arriverà in piena forma. Ha molta esperienza. E nel lockdown si è gestito bene. Si è sempre allenato. È supportato da una squadra strutturata, Ciccone lo aiuterà. Nibali dovrà vedersi da Carapaz, certo. E anche da quel ragazzino belga, Remco Evenepoel, un talento emergente che va forte sia a cronometro sia in salita. Insomma, Nibali avrà il suo daffare, però può portare a casa il suo terzo Giro d'Italia».

Al Tour che cosa succederà?

«In Francia l'uomo da battere è Egan Bernal, maglia gialla nel 2019 , primo colombiano ad aggiudicarsi il Tour. Corre in uno squadrone, Il Team Ineos, con Geraint Thomas e Chris Froome, cui però ha già detto che non farà da gregario. Sono una grande squadra, ma dovranno vedersela con l'accoppiata Roglic-Dumoulin. Poi attenzione ai colombiani: Quintana, Uran e Sergio Higuita. Un talento in forte crescita è lo sloveno Pogacar. Da tenere d'occhio anche l'idolo di casa Julian Alaphilippe, senza dimenticare, sempre tra i francesi, Bardet e Pinot.

Un'altra anomalia: si andrà al Mondiale una settimana dopo la fine del Tour…

«Vedremo. Difficile adesso parlarne. Per le mie scelte, in un anno come questo mi affiderò soprattutto a quei ragazzi che in passato mi hanno dato garanzie. Certo se qualcuno emerge ne terrò conto, ma mi baserò soprattutto su chi si è sempre fatto trovare pronto per la maglia azzurra. Diciamo che punto all’usato sicuro… Penso a Gianni Moscon e Vincenzo Nibali, poi Viviani e Trentin per l’Europeo. Sono fiducioso, anche se non ne faccio un ossessione. L'anno scorso sembrava quasi fatta, poi Matteo Trentin è arrivato secondo dietro a Pedersen. Quel giorno ho pianto, ma sono stato anche orgoglioso della prova degli italiani. Il Mondiale è sempre un terno al lotto, dove però chi vince è quasi sempre il più forte. Almeno per quel giorno».

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