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Cassazione, la raccolta di opere in uno studio metodologico viola il diritto d’autore

Volume sui lavori di Schifano della Fondazione considerato in concorrenza con l’utilizzo economico dei titolari

di Patrizia Maciocchi

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3' di lettura

La raccolta di opere di un’artista in uno studio metodologico viola il diritto d’autore se riproduce integralmente i lavori ed è in concorrenza sull’utilizzo economico che spetta ai titolari del diritto. Lo stesso vale nel caso di riproduzione, non limitata ai particolari, delle opere inserite nel catalogo di una mostra. La Cassazione (ordinanza 4038) accoglie il ricorso degli eredi del pittore Mario Schifano contro l’omonima fondazione. Ente chiamato in causa dagli eredi dell’artista già in altri procedimenti in seguito ai quali è stato accertato che la Fondazione non potesse usare il nome del pittore, né presentarsi come unico soggetto autorizzato a certificare l’autenticità delle opere di Schifano.

La raccolta di 24 mila lavori

Con l’ordinanza dell’8 febbraio, la Suprema corte, cancella la decisione con la quale la Corte d’appello aveva considerato legittima la pubblicazione, insieme a un’Università, di uno «Studio metodologico» in sei volumi. Una catalogazione informatica di 24mila lavori di Schifano che – ad avviso della Corte territoriale – era lecita perché non riguardava la produzione complessiva dell’artista e non aveva scopo commerciale, ma scientifico. Circostanze che avrebbero consentito alla duplicazione di rientrare nella deroga prevista dall’articolo 70 della legge sul diritto d’autore. Una norma secondo la quale è libera la riproduzione strumentale alla critica o alla discussione, o solo illustrativa per scopi legati all’insegnamento e alla ricerca scientifica dell’utilizzatore. Senza porsi dunque in concorrenza con l’utilizzo economico delle opere che spetta al titolare del diritto. Diritto che comprende non solo la riproduzione di copie identiche all’originale, ma anche qualunque tipo di riproduzione in scala. Nel caso esaminato la Cassazione nega che l’opera, alla quale l’Università aveva contribuito solo per un volume, avesse solo scopi illustrativi. Lo Studio, riproducendo in scala opere protette, era idoneo a entrare in concorrenza con i diritti di sfruttamento esclusivo dei titolari.

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La catalogazione informatica

Una conclusione che porta i giudici di legittimità ad annullare con rinvio il verdetto della Corte territoriale che, con la sua sentenza aveva, tra l’altro, dichiarato illegittimo l’ulteriore uso del nome di Mario Schifano, per il quale era stata pronunciata già inibitoria e condannato la Fondazione al risarcimento del danno non patrimoniale correlato all’illecito, liquidandolo in 20 mila euro. La Corte di merito aveva però fatto rientrare lo «Studio metodologico» nella libera utilizzazione, considerandolo «un’opera informatica e non di critica artistica». Secondo il giudice distrettuale si trattava, infatti, «di uno studio di catalogazione informatica, non avente la finalità di consentire la fruizione artistica della riproduzione delle opere, attuata con la creazione di copie di piccole dimensioni». La Corte d’Appello aveva anche escluso il fine di lucro. Nell’invio dello Studio a gallerie d’arte, case d’asta, librerie d’arte e istituzioni pubbliche, non c’era il fine dello sfruttamento economico delle opere. Non era infatti decisivo che gli operatori avessero utilizzato la catalogazione come «referente della genuinità delle singole opere dello Schifano ad esse vendute». Una condotta che integrava un fine commerciale imputabile a terzi.

Le condizioni per la deroga

Per la Cassazione invece la riproduzione di 24mila opere di Schifano, non poteva rientrare nella deroga prevista dal diritto d’autore. Una norma che pone limiti ben precisi che la Suprema corte trasferisce in un principio di diritto, del quale la Corte d’Appello, in sede di rinvio, dovrà tenere conto.
I giudici di legittimità ricordano che «la riproduzione di opere d’arte, allorché sia integrale e non limitata a particolari delle opere medesime non costituisce alcuna delle ipotesi di utilizzazione libera». I giudici tracciano anche i confini entro i quali la riproduzione è libera, precisando che questa deve essere strumentale agli scopi di critica e di discussione «oltre che al fine meramente illustrativo correlato ad attività di insegnamento e di ricerca scientifica dell’utilizzatore e non deve porsi in concorrenza con l’utilizzazione economica dell’opera che compete al titolare del diritto».

Un diritto che ricomprende non solo quello di riprodurre copie fisicamente identiche all’originale, ma qualunque altro tipo di replicazione dell’opera «che sia in grado d’inserirsi nel mercato della riproduzione, e quindi anche la riproduzione fotografica in scala». La Cassazione accoglie invece il ricorso della Fondazione per quanto riguarda i 20.000 euro di liquidazione del danno arrecato al nome di Mario Schifano, utilizzato dalla Fondazione malgrado l’inibitoria. Una quantificazione che il giudice non ha adeguamento motivato riguardo ai criteri utilizzati per la valutazione.

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