Cassazione

Cassazione, il racket dei calzini sulla A1 è associazione a delinquere

La vendita dei calzini come modalità di approccio per taglieggiare gli automobilisti e trasformare le piazzuole di sosta sulla A1 in un business

di Patrizia Maciocchi

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(Ansa)

La vendita dei calzini come modalità di approccio per taglieggiare gli automobilisti e trasformare le piazzuole di sosta sulla A1 in un business


3' di lettura

La vendita dei calzini come modalità di approccio per taglieggiare gli automobilisti, e trasformare le piazzuole di sosta sulla A1 in un business. La Corte di cassazione ha accolto il ricorso della pubblica accusa contro l’ordinanza del Tribunale di Bologna che, in funzione di giudice del riesame, lo scorso due settembre, ha annullato gli ordini di carcerazione per nove persone dedite al racket del calzino, ritenendo non provata l’associazione per delinquere, anche in base a filmati e video registrazioni acquisite negli autogrill.

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L’organizzazione secondo l’accusa
Per il Pm ha sbagliato il tribunale a considerare solo una fastidiosa richiesta di acquisto la condotta dei componenti del gruppo. A deporre diversamente c’era, ad esempio, la dichiarazione di un gestore dell’Autogrill al quale era stato imposto, con tutti gli estremi dell’estorsione, un cambio di monete in banconote, con il rischio di incassare banconote false. Dimostrerebbe l’associazione anche l’organizzazione per come emerge, con rassicurante grado di certezza, dalle indagini. ad iniziare dalla disponibilità da parte del gruppo di immobili da usare in zona come base, il possesso di veicoli intestati a prestanome e utilizzati per gli spostamenti, la stabilità dei rapporti tra gli associati e la suddivisione delle “competenze” : dalla ripartizione territoriale alla modalità degli atti delittuosi oltre al riferimento, fatto dagli associati, alla stabile organizzazione. Circostanze che rappresentavano un grave indizio - ad avviso del pubblico ministero - di un’ associazione a delinquere, compresa la spartizione dei proventi, come risulta dalle conversazioni dalle quali emerge l’entità degli introiti e le modalità di investimento del denaro illecito. Elementi che rendono, per l’accusa, illogica la valutazione del Tribunale.

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Calzini scadenti a 70 euro
La storia è quella di una banda di pregiudicati campani, che, malgrado le misure di prevenzione e i fogli di via per anni, a partire almeno dal 2013, ha costretto con la forza gli automobilisti che si fermavano sulla A1 negli Autogrill tra Piacenza e Milano a comprare nelle piazzole di sosta calzini di pessima qualità a prezzi degni di filati di lusso venduti nelle vie della moda: fino a 70 euro al paio. Poi ci sono le minacce, in alcuni casi sfociate in aggressioni, rivolte anche a direttori e funzionari della sicurezza dei punti di ristoro che avevano cercato di mandarli via.

Il “territorio”
Una banda organizzata - che ha preso di mira soprattutto gli Autogrill di Somaglia (Lodi), San Zenone al Lambro (Milano) e Fiorenzuola d'Adda (Piacenza) - e non di soggetti “slegati” che agiscono in modo “estemporaneo”. Per la Suprema Corte ci sono tutti i tasselli per dire che si tratta di una banda organizzata, come motivato in prima battuta dal gip di Piacenza che il sei agosto scorso li aveva messi in carcere. Mentre il riesame di Bologna «non risulta aver fatto buon governo dei principi di diritto» sui clan delinquenziali.

Il metodo mafioso del gruppo
I supremi giudici evidenziano che agli atti ci sono cinque delitti di estorsione consumata e tentata, uno di danneggiamento aggravato dal metodo mafioso e perlopiù in palese collegamento con una attività di vendita di calzini che risulterebbe essere soltanto la modalità di approccio per ottenere soldi dagli automobilisti taglieggiati. A completare il quadro le numerose denunce negli anni per molestie che spesso sfociavano in violenza e minaccia. Oltre ai calzini, la banda voleva soldi per la sosta delle macchine. A questo proposito la Cassazione ricorda che c’è la prova di «risalenti e protratte relazioni degli indagati» tutti di Napoli e del napoletano, eccetto uno nato a Dortmund - che avevano «coordinato le loro attività» in modo da non essere mai più di tre nello stesso luogo e per «sottrarsi ai controlli della polizia». Su queste basi la Cassazione invita il Tribunale di Bologna a rivedere le sue conclusioni.

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