intervista

Castagna: «Banche pronte a sostenere gli sforzi per la crescita»

di Marco Ferrando

Giuseppe Castagna - Imagoeconomica

3' di lettura

Più crescita con meno debito. La difficile quadratura del cerchio che Confindustria auspica per l’Italia è la stessa che da anni vede affaccendati i banchieri italiani, alle prese con la necessità di creare valore nonostante la zavorra dei miliardi di crediti deterioriati ereditati dalla crisi. «Ce la si può fare», dice l’ad di BancoBpm, Giuseppe Castagna, a Il Sole 24 Ore: «Quello che serve è un piano industriale serio, la voglia di applicarlo con determinazione e la capacità di dimostrare che si sta procedendo nella direzione giusta». Seduto tra gli imprenditori radunati a Verona, venerdì pomeriggio Castagna è rimasto colpito non solo dal numero ma anche dal «calore» della platea di Confindustria («Ho colto la voglia di far vedere che c’è un corpo sociale importante pronto ad assumersi delle responsabilità»), di cui sottoscrive il progetto: «È giusto, anzi si deve, essere ambiziosi. Ma la nostra esperienza, anche quella non facile ma entusiasmante che stiamo vivendo in BancoBpm tra Verona e Milano, ci dice che non occorre stravolgere i paradigmi per colmare il gap che ci separa con il resto d’Europa. È sufficiente fare le cose per bene, una per volta e mostrarle al mercato».

Dottor Castagna, anche secondo lei gli imprenditori italiani sono i migliori del mondo come ha detto Vincenzo Boccia?

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La prova non l’abbiamo, ma ci può stare. Perché se nonostante gli aggravi legati al costo dell’energia, al costo del lavoro e alla burocrazia le nostre imprese, anche quelle del Sud, riescono a competere in Europa allora vuol dire che i fondamentali non sono buoni, ma ottimi.

Negli ultimi anni si è evoluto il tessuto imprenditoriale italiano?

È il prezzo, ma anche il risultato degli anni della crisi. E, come dimostra Industria 4.0, c’è ancora un grande potenziale, dall’innovazione alla cultura manageriale.

A proposito: secondo lei sta cambiando l’approccio al tema della crescita?

Il nostro sistema imprenditoriale è strutturalmente dominato dalle Pmi, e quindi i risultati non sempre possono risultare evidenti. Ma rispetto a 10-15 anni fa c’è un abisso: all’epoca far accettare un fondo di private equity o parlare di Ipo a un imprenditore era un’impresa, oggi c’è una conoscenza diffusa e maggiore propensione alla finanza. Con un bagaglio di strumenti, dall’Aim a Elite, di tutto rispetto.

Confindustria ha posto il tema delle risorse, scalando le cifre con le quali siamo abituati a ragionare in Italia. Che ruolo possono avere le banche?

Per noi è il mondo ideale. Noi siamo non solo propensi ma strutturalmente predisposti a sostenere gli investimenti. Basta una base, anche contenuta, di equity e la volontà politica di perseguire scelte ambiziose: il credito, poi, arriva. In questi anni ho avuto la conferma che è solo la seria volontà che fa accadere le cose, e non sono mai i soldi a impedire che accadano. In fondo, mi lasci dire, è quanto ha dimostrato anche il progetto Ntv: con poche risorse e una buona idea si è arrivati lontano, e il sostegno delle banche non è mai mancato.

Ma non tutti sono d'accordo. Così come sulla rilevanza data all’economia reale nella campagna elettorale: lei che ne pensa?

Si è andati sul sentiero della facile promessa, che è anche irrealizzabile però. Spero che oltre al disagio della classe dirigente, di cui a Verona ho colto tutto il malessere, ci sia anche quello di chi andrà a votare: svegliamoci, siamo in un mondo diverso. Abbiamo bisogno di scelte di equità, e di un patto generazionale che non può più essere rinviato.

Siamo condannati all’europeriferia?

Macchè, all’Italia serve l’Europa e all’Europa serve l’Italia. Non possiamo sopravvivere, dobbiamo farci promotori dell’integrazione e delle regole con cui si procede. Noi banchieri abbiamo visto con i nostri occhi quanto sia complesso misurarsi con un’Europa che tende ad accentrare i poteri, ma non c’è alternativa: il problema, piuttosto, è contribuire a dettare le priorità, e non subirle. Il rischio è di pagare prezzi altissimi, come potrebbe accadere con la sede dell’Ema.

Alla situazione politica incerta si affianca, per fortuna, una ripresa che pare destinata a durare ancora per un po’. Ma non all’infinito: quanto tempo ha l’Italia per ingranare la marcia?

Confindustria fa bene a programmare sull’orizzonte dei cinque anni, quello tipico di un piano industriale e il minimo che si possa pensare per una progettualità vera. Ma significa cominciare ieri. Siamo sempre stati un Paese abituato a rimandare tutto, ma di questo passo si fallisce: realismo e pragmatismo ci impongono di partire subito.

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