digitalizzazione e pandemia

Catalfo: «Lo smart working va regolato, a breve incontrerò le parti sociali»

L'intervista della ministra del Lavoro a DigitEconomy.24

di Simona Rossitto

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Nunzia Catalfo, ministra del Lavoro

L'intervista della ministra del Lavoro a DigitEconomy.24


3' di lettura

Un incontro «a breve» con le parti sociali per aprire il confronto sullo smart working, modalità di lavoro che in futuro andrà incentivata e regolata, a partire dal diritto alla disconnessione. Lo annuncia la ministra Nunzia Catalfo, facendo il punto con DigitEconomy.24 (report di Radiocor e Luiss Business School) sui modelli di lavoro e occupazione nel post Covid. «In questi giorni – ricorda la ministra del Lavoro - lo Statuto dei lavoratori ha tagliato il traguardo dei 50 anni. Dobbiamo conservare il suo spirito estendendo le tutele alle nuove forme di lavoro e adattandole ai mutamenti del mercato». Inoltre, per gestire il processo di digitalizzazione, «indubbiamente» serviranno nuovi strumenti, a partire dalla riforma degli ammortizzatori sociali, «per trasformarli in strumenti di politica attiva del lavoro anche in considerazione dei mutamenti del mercato conseguenti all'introduzione delle nuove tecnologie e, adesso, dell'emergenza epidemiologica». Un esempio? Il Fondo nuove competenze, contenuto nel decreto Rilancio.

Con il Covid sono decollati smart working e telelavoro. Avvierete un confronto con aziende e sindacati?

Durante l'emergenza Coronavirus, lo smart working si è rivelato uno strumento fondamentale, tanto nel pubblico quanto nel privato, per garantire la continuità occupazionale di alcuni settori e farlo in sicurezza. In futuro, questa modalità di lavoro andrà incentivata e, soprattutto, adattata al fine di bilanciare la richiesta di flessibilità oraria e organizzativa delle imprese con le legittime esigenze di conciliazione vita-lavoro dei dipendenti. Proprio per questo, a breve incontrerò le parti sociali per aprire un confronto su come migliorare e aggiornare la legge 81/2017. Peraltro in questi giorni, lo Statuto dei lavoratori ha tagliato il traguardo dei 50 anni. Dobbiamo conservare il suo spirito estendendo le tutele alle nuove forme di lavoro e adattandole ai mutamenti del mercato. Per fare questo, il coinvolgimento delle parti sociali è indispensabile. Già durante il periodo dell'emergenza Coronavirus, da parte mia e più in generale del Governo, il dialogo e il confronto con le associazioni sindacali e datoriali è stato costante. La stessa dinamica sarà replicata anche nel prossimo futuro, al fine di giungere a un sistema di interventi normativi condivisi.

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Secondo una ricerca di Linkedin quasi un italiano su due con lo smart working ha detto di lavorare di più, con aumento di stress e preoccupazioni. Sono necessarie nuove regole e nuovi modelli contrattuali?

Sì. Un utilizzo "massivo" dello smart working senza l'aggiornamento del panorama normativo potrebbe certamente creare delle distorsioni con conseguenti effetti negativi per i lavoratori. Proprio per evitare ciò, uno dei punti dell'attuale legislazione da affrontare è certamente quello relativo al cosiddetto diritto di disconnessione, per il quale è necessario trovare nuove regole che lo rendano effettivo.

Lo smart working con il dl rilancio diventa un diritto per chi ha figli minori di 14 anni. Come garantirlo nelle zone d'Italia ancora in digital divide?

Il Mise, nelle figure del ministro Patuanelli e della sottosegretaria Liuzzi, sta lavorando molto per risolvere questo annoso problema. Recentemente, con il via libera a una rimodulazione del piano banda ultra-larga, sono stati sbloccati i voucher per la connessione alla stessa per 2,2 milioni di famiglie e 450mila imprese in tutta Italia. In pratica, saranno previsti contributi di 500 euro per i nuclei con Isee sotto i 20mila euro - comprensivi anche della dotazione di un tablet o pc - e di 200 euro per le altre famiglie mentre per le imprese vengono previsti 500 euro per la connettività ad almeno 30 mega e 2.000 euro per quella a 1 giga. Un passo avanti importante al quale ne seguiranno altri.

L'accelerazione nella digitalizzazione porterà a una perdita di occupazione in settori tradizionali e molte aziende, per mantenere i livelli occupazionali, saranno costrette a formare continuamente i dipendenti. Occorrono strumenti e ammortizzatori sociali nuovi?

Indubbiamente. Una delle riforme che fin dall'inizio del mio mandato sostengo fortemente è proprio quella degli ammortizzatori sociali, per trasformali in strumenti di politica attiva del lavoro anche in considerazione dei mutamenti del mercato conseguenti all'introduzione delle nuove tecnologie e, adesso, dell'emergenza epidemiologica. Proprio in questa direzione viaggia un nuovo strumento, che ho voluto introdurre nel decreto Rilancio, denominato "Fondo nuove competenze". Si tratta della possibilità di rimodulare, previo accordo con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, quota parte dell'orario di lavoro in formazione. Le ore convertite in programmi formativi saranno finanziati da un apposito fondo statale. In tal modo, i datori di lavoro non dovranno "sopportare" i costi della rimodulazione dell'orario a parità di salario e - al tempo stesso - ai lavoratori sarà garantito e rafforzato il reskilling professionale. Se, come auspico, questa misura si rivelerà efficace, ciò che oggi è in via sperimentale per affrontare la delicata fase di riavvio delle attività potrà diventare il modello da cui partire per ridisegnare il sistema degli ammortizzatori sociali.

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