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Catalogna: carcere fino a 13 anni per i 12 leader indipendentisti

La decisione della Corte Suprema di Madrid con una sentenza storica che non ha riscontrato il reato di ribellione ma quello di sedizione. Ordine di cattura internazionale per Puidgemont

di Luca Veronese


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Sostenitori degli indipendenstisti fuori dalla prigione

3' di lettura

I leader indipendentisti catalani sono colpevoli di aver tentato di sovvertire l'ordine pubblico della Spagna con il referendum sulla secessione organizzato nell'ottobre del 2017 e con la successiva proclamazione della Repubblica indipendente catalana nell'Assemblea regionale.

Lo ha deciso la Corte Suprema di Madrid con una sentenza storica che non ha riscontrato il reato di ribellione ma sì di sedizione, e che pur alleviando le condanne rispetto alle richieste dell'accusa, apre una nuova fase di tensione tra lo Stato spagnolo e il fronte dei partiti nazionalisti che da Barcellona chiedono ancora la secessione della Catalogna.

Catalogna: manifestanti a piedi da Barcellona all'aeroporto

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Le proteste, nelle piazze catalane sono iniziate già nei giorni scorsi, in seguito alle indiscrezioni diffuse sulla sentenza, e hanno trovato immediatamente la contrapposizione dei partiti unionisti, o costituzionalisti come li definiscono in Spagna, oltre che la risposta ferma del governo del socialista Pedro Sanchez che in caso di nuove azioni illegali delle autorità regionali, si è detto pronto a commissariare la Generalitat catalana - azzerandone le istituzioni e l'autonomia – seguendo l'articolo 155 della Costituzione, come già fece due anni fa l'allora premier conservatore Mariano Rajoy.

I partiti di destra, Popolari e Ciudadanos, chiedono che non ci siano sconti di pena o indulto per i condannati. Mentre da sinistra Podemos chiede una soluzione politica concordata.

La questione catalana è destinata a condizionare tutta la campagna elettorale che porterà alle elezioni generali spagnole del 10 novembre: il quarto voto in quattro anni a testimoniare l'incertezza politica nella quale vive il Paese anche a causa dell'irrisolto conflitto con Barcellona.
E' stato condannato a 13 anni di reclusione, Oriol Junqueras, ex vicepresidente della Generalitat e capo della Sinistra Repubblicana catalana, rinchiuso in carcere da quasi due anni, come altri otto imputati del processo.

Tre ex consiglieri - Jordi Turull, Raul Romeva e Dolors Bassa - sono stati condannati per sedizione e appropriazione indebita a 12 anni di prigione. Altri due – Josep Rull e Joaquim Forn - sono stati assolti dall'imputazione di appropriazione indebita e condannati a dieci anni e mezzo di carcere. L'ex presidente del Parlamento, Carme Forcadell, è stata condannata a 11 anni e mezzo per sedizione. Per questo stesso reato gli attivisti catalani, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, sono stati condannati a 9 anni. Niente carcere invece per i tre imputati che hanno affrontato il processo in libertà: Santi Vila, Carles Mundó e Meritxell Borras – inabilitati e multati.
Per tutti la Corte non ha dunque riscontrato il reato di ribellione che invece era stato contestato dall'accusa e che avrebbe portato a pene fino a 25 anni di detenzione. Sono stati invece condannati per sedizione, cioè per aver tentato di rovesciare i poteri dello Stato e per malversazione per aver utilizzato fondi pubblici per organizzare la secessione.

A fare la differenza tra la ribellione e la sedizione è la diversa interpretazione dell'uso della forza e della violenza utilizzata per arrivare all'indipendenza. Secondo i giudici della Corte Suprema la violenza che pure è stata provata in alcuni episodi, non faceva parte integrante del piano e della volontà degli indipendentisti. Non c'è stato, in altri termini, un colpo di Stato con l'uso della violenza e per questo le condanne sono durissime ma meno pesanti di quanto volesse l'accusa.

Oltre la sentenza, non si vede soluzione nello scontro tra la Spagna e la sua regione più ricca, che dopo anni di rivendicazioni e negoziati falliti è arrivato al suo culmine proprio alla fine del 2017 con il referendum, realizzato nonostante fosse stato dichiarato illegale per la legge spagnola, nel quale stravinsero i Sì all'indipendenza ma con una partecipazione di solo il 43% dei catalani. E poi con la sfida a Madrid del Parlamento catalano che arrivò a proclamare la secessione da Madrid.

I partiti secessionisti e le associazioni catalane a loro vicine hanno chiesto alla popolazione una disobbedienza civile massiccia e pacifica per protestare contro la condanna: “L'unica sentenza possibile è quella di assoluzione” stanno ripetendo. “La sentenza di condanna è un siluro contro la Catalogna”, ha dichiarato l'attuale presidente della Generalitat, Quim Torra.

Si temono disordini e le forze di polizia sono già state allertate. Le rivendicazioni catalane non hanno mai trovato una sponda ufficiale nella comunità internazionale. L'Unione europea e i governi dei Paesi membri, pur comprendendo alcune delle ragioni catalane, hanno sempre scelto la legalità garantita da Madrid, impotenti rispetto al cosiddetto diritto di decidere chiesto da Barcellona, senza una solida base giuridica.
Si trova invece ancora all'estero (assieme ad altri quattro esponenti politici catalani) l'ex governatore catalano Carles Puigdemont, fuggito in Belgio proprio per evitare il carcere e la condanna. Nei confronti del quale ora è stato spiccato un ordine di cattura internazionale.

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