l’analisi

Catalogna, un’escalation emotiva che complica la mediazione

di Alberto Negri


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(AP)

3' di lettura

La deriva balcanica della Spagna, quasi impensabile, non è più soltanto un’ipotesi. Ognuno ha tracciato la sua linea rossa. Dopo il discorso del re sarà assai difficile, forse impossibile, essere allo stesso tempo catalano e spagnolo, come si sentivano coloro che non erano stati convinti dall’ondata indipendentista. Il sovrano spagnolo si è appiattito sulla linea del primo ministro Rajoy che sul nazionalismo si gioca la carriera e il futuro del Paese. Scommessa ad alto rischio. Mentre il re si schierava per una soluzione dura nei confronti di Barcellona, il presidente catalano Puigdemont annunciava che la Catalogna dichiarerà unilateralmente l’indipendenza.

Ci sono coincidenze temporali che non possono
non essere sottolineate. Pur avendolo dichiarato incostituzionale, Baghdad ha permesso lo svolgimento del voto referendario in
Kurdistan senza attuare interventi militari.

In Spagna, nel cuore dell’Europa che si propone modello di convivenza, il referendum catalano è stato ostacolato dalla repressione della polizia. Un errore esiziale: probabilmente se la Guardia Civil fosse rimasta a casa oggi il referendum sarebbe una notizia secondaria e i poliziotti inviati da Madrid non sarebbero costretti a trincerarsi sulle navi all’ancora nei porti come le forze armate di una potenza occupante.

Come si vede si sta costituendo una sorta di narrativa emozionale degli eventi difficile da smontare. Non sono segnali confortanti mentre il capo delle polizia locale è ormai diventato un eroe nazionale. Ogni giorno si aggiunge un ingrediente “balcanico”, che se non viene frenato rischia di portare alla contrapposizione con forze dell’ordine statali ormai detestate.

La proclamazione della repubblica catalana è alle porte ma sfogliando gli annali i precedenti non sono brillanti. È stata annunciata quattro volte nella storia. La prima nel 1600 durò 12 anni, la seconda nel 1873 sei mesi, la terza nel 1931 ebbe vita breve, tre giorni, la quarta nel 1934 solo 12 ore. Questo non significa che la Catalogna non possa vantare una storia specifica, come del resto la sua lingua e la sua cultura millenarie. Anzi, già nel 19° secolo si era organizzato un forte movimento politico nazionalista catalano.

Lo slogan romantico “La Spagna è la nazione, la Catalogna la patria” fu presto sostituito da un altro: “La Spagna è lo stato, la Catalogna è la nazione”. Fu in questo clima che durante la guerra civile, segnata dalla forte contrapposizione tra le ideologie novecentesche, che la Catalogna sostenne con eroico sfinimento le forze repubblicane fino alla salita al potere di Francisco Franco nel 1939. La sconfitta fu pesantissima, con un danno economico e sociale: l’insegnamento del catalano fu infatti vietato dal dittatore.

Dopo la morte di Franco la Catalogna votò per la nuova Costituzione e divenne una delle comunità autonome all’interno della Spagna ma si è vista sempre respingere, in particolare dai governi del Partito popolare e dallo stesso Rajoy, la richiesta di essere equiparata nel regime fiscale autonomo ai Paesi Baschi.

È chiaro che con questo governo i margini di mediazione sono stretti, anche con l’intervento dell’Unione europea. Se Rajoy, che ha la maggioranza al Senato, facesse appello all’articolo 155 della costituzione del 1978, che permette di sciogliere i governi regionali «nel caso compromettano gravemente gli interessi della Spagna», verrà imboccata la strada del non ritorno e la crisi catalana peserà come un macigno sul futuro degli spagnoli. Soprattutto nel caso di intervento delle forze armate.

È un braccio di ferro. Se non retrocede il governo spagnolo deve farlo quello catalano: Puigdemont dovrebbe imitare Massud Barzani in Kurdistan e usare il referendum non tanto per trattare un’improbabile secessione ma per negoziare una maggiore autonomia da Madrid.

Le parti useranno il buon senso? Raccontano che alle conferenze internazionali il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti si togliesse sempre il cappello con deferenza quando incontrava l’ambasciatore di Madrid. Un membro del suo seguito gli chiese come mai gli usasse tanto riguardo: «Perché gli spagnoli ci evitano di essere considerati gli ultimi in Europa», rispose. Dopo il discorso di re Felipe e la vicenda catalana quella battuta ottocentesca appare persino attuale.

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