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Catalogna al voto, le imprese a un bivio

di Luca Veronese

Oggi i catalani tornano alle urne per scegliere il Parlamento regionale (ANSA/AP Photo/Emilio Morenatti)

4' di lettura

«Sono nato a Barcellona, l’azienda di famiglia è stata fondata qui, nelle colline del Penedes, nel 1889 e produce cava utilizzando le uve della regione. Siamo un marchio riconosciuto catalanissimo, il vino che esce dalle nostre cantine è un prodotto tra i più tipici, sono legato a questa terra come pochi ma sono pronto ad andarmene. Se il risultato del voto ci metterà di nuovo nel caos e potrà pregiudicare i nostri affari, beh, allora dovremo di nuovo considerare la possibilità di trasferire rapidamente la sede legale e fiscale in un’altra regione». José Luis Bonet da vent’anni guida Freixenet, uno dei grandi produttori di vino spumante della Catalogna.

A 76 anni continua a spendersi per l’unità nazionale, in azienda, a San Sadurní de Noya, patria del vino frizzante catalano a cinquanta chilometri da Barcellona, nelle colline dell’entroterra, come nelle associazioni industriali e nella Camera di commercio che presiede. «Le imprese se ne vanno - dice - quando vedono il rischio che si ripetano cose come quelle di inizio ottobre: con la dichiarazione di indipendenza unilaterale la Generalitat ha abusato del suo potere e ha spaccato la Catalogna».

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Se il governo di Mariano Rajoy non avesse applicato l’articolo 155, commissariando le istituzioni catalane, Freixenet si sarebbe già trasferita: «L’intervento del governo centrale ha riportato l’ordine costituzionale, ha ridato stabilità e sicurezza alle imprese. Il peggio dovrebbe essere passato - spiega - ma stiamo a vedere».

Il voto di oggi, convocato da Madrid, presenta molte incognite. I sondaggi predicono un testa a testa tra indipendentisti e unionisti, con i due fronti tanto divisi al loro interno da rendere quasi impossibile la formazione di una maggioranza di governo nel nuovo Parlamento.

Catalogna al voto, ma rischia di essere ingovernabile

I Popolari di Rajoy e i loro alleati di Ciudadanos hanno puntato tutto sul ripristino della legalità cercando di convincere gli incerti a votare per accantonare definitivamente le rivendicazioni secessioniste della Catalogna. I Socialisti così come la lista locale Catalunya en Comù sostenuta da Podemos, si propongono come mediatori a partire da domani.

Una buona metà dei 5,5 milioni di elettori catalani sembrano decisi a votare, nonostante tutto, per i partiti che si battono per l’indipendenza: Carles Puigdemont dal Belgio, e Oriol e Junqueras dal carcere, pur avendo ammorbidito la loro posizione e avendo lasciato intendere di essere pronti a negoziare, non hanno rinunciato all’indipendenza, forse l’hanno solo accantonata in attesa di tempi migliori. Anche per questo, comunque vada questo strano voto infrasettimanale, la Catalogna avrà bisogno di anni per riprendersi dal conflitto con Madrid e dalle divisioni interne che il processo sovranista ha causato, fino a qui senza ottenere nulla. «È sbagliatissimo pensare che le elezioni, e la vittoria del fronte unionista, risolvano tutto e che lo scontro finisca così. Dobbiamo discutere di come curare le ferite della Catalogna e di come tornare alla normalità democratica», afferma Miquel Icieta, il candidato alla Generalitat dei Socialisti catalani.

Sono 3.073, secondo i dati ufficiali del Colegio de registradores, le imprese catalane che hanno scelto di trasferire la sede legale in altre regioni spagnole a partire dal primo ottobre, giorno del referendum illegale per l’indipendenza: dalle grandi banche come Sabadell e CaixaBank, alle multinazionali, fino ad aziende “catalanissime” quanto Freixenet. Per un impatto diretto sull’economia della regione superiore al 5% al quale vanno aggiunti i costi indiretti che riguarderanno soprattutto il turismo oltre al clima economico generale.

Il Pil catalano crescerà quest’anno allo stesso ritmo di quello spagnolo, ma l’anno prossimo la regione più ricca del Paese (vale il 20% del prodotto spagnolo), è destinata secondo Bbva a fermarsi al 2,1% sotto la media nazionale. «L’attività industriale per il momento non ha mostrato cedimenti», dice Salvador Guillermo, direttore del Foment del treball nacional, l’associazione delle imprese catalane. Ma ci sono già dati negativi che solo una rapida soluzione alla crisi politica può correggere: «Dall’inizio di ottobre l’Ibex - aggiunge Guillermo - ha perso terreno nei confronti degli altri indici di Borsa, i consumi in Catalogna sono cresciuti meno che nel resto della Spagna, l’immatricolazione di nuovi veicoli è diminuita del 4,3%, nel turismo il fatturato degli alberghi della regione è sceso del 13 per cento».

I dati del ministero dell’Economia spagnolo sottolineano inoltre un crollo del 75% degli investimenti esteri già nel terzo trimestre dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2016: sarebbero infatti passati da 2,071 miliardi a 519 milioni come non accadeva dal 2012, al culmine della recessione.

«Nel mese di ottobre in Catalogna - spiegano Benito Arrunada e Albert Satorra, docenti di Organizzazione di impresa e Statistica all’Universidad Pompeu Fabra di Barcellona - sono stati registrati 14.700 nuovi disoccupati, a novembre altri 7.400, sono i dati più allarmanti da quasi dieci anni. Dopo il voto tutti gli attori economici, catalani e non catalani, esigeranno garanzie sulla fine del conflitto, ma né i leader politici né le istituzioni sono in condizioni di fornirle. Solo noi elettori, a ben vedere, possiamo dare queste rassicurazioni, dimenticando finalmente tanto il voto emozionale quanto il voto strategico, e cominciando a guardare con maggiore cura alla realtà e ai nostri reali interessi». Per le cantine Freixenet il trasloco è già organizzato, ma Bonet preferirebbe brindare con un bicchiere di cava, ancora catalano.

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