Opinioni

Catene del valore e destino della Ue

Il Covid-19 potrebbe danneggiare, infatti, la competitività europea accelerando il dominio di Usa e Cina

di Adriana Castagnoli

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(REUTERS)

Il Covid-19 potrebbe danneggiare, infatti, la competitività europea accelerando il dominio di Usa e Cina


3' di lettura

Nel primo decennio del XXI secolo mutò intensamente la geografia dell’industria mondiale.

La rivoluzione dell’information technology e l’entrata della Cina nella Wto, nel 2001, accelerarono la globalizzazione consentendo di allungare le catene di fornitura e di trasformare l’economia mondiale in una fabbrica planetaria. Le conseguenze di questo processo di “grande convergenza” – come osserva l’economista Richard Baldwin – hanno scosso le economie avanzate, mentre hanno spinto la crescita dei Paesi emergenti.

Adesso il Covid-19 ha il potenziale per invertire in modo duraturo le catene globali del valore.

Infatti la pandemia, insieme al climate change, genera effetti destabilizzanti sull’economia e sui rapporti di forza geopolitici. Un segnale della direzione in cui stanno muovendosi le potenze in campo, l’ha lanciato il presidente cinese Xi Jinping al Congresso nazionale del popolo, quando ha esortato i capi dell’esercito cinese a tenersi pronti per il combattimento poiché la pandemia ha un impatto profondo sulla sicurezza e sullo sviluppo del Paese. E ciò, mentre decideva la stretta antidemocratica su Hong Kong.

La guerra commerciale del presidente Donald Trump aveva, peraltro, già messo a rischio le multinazionali con catene del valore che contavano troppo sulla Cina. Una volta l’interdipendenza era vista come una ragione per credere che le relazioni sino-americane fossero stabili e affidabili.

Ma in una fase di crescente sfiducia e di crisi economica, quelle calcolate dipendenze possono generare instabilità e ciò che aveva sorretto la moderna era di globalizzazione divenire inefficace e pericoloso. Il Covid-19 ha accelerato il decoupling, ma la tendenza era in atto.

Non è la prima volta che le multinazionali soffrono shock nelle loro catene di fornitura asiatiche. Lo tsunami in Giappone nel 2011 e l’inondazione in Thailandia nello stesso anno distrussero la produzione destinata a molte aziende occidentali. Malgrado ciò, dopo la crisi finanziaria del 2008, le grandi imprese hanno contato assai più sulle manifatture cinesi di quanto accadesse nel 2003 all’epoca della Sars. Pechino è divenuta un vorace consumatore di materie prime e la dominanza cinese nella produzione di componenti fondamentali per settori industriali strategici come farmaceutici, elettronica e telecomunicazioni è questione che preoccupa a Berlino come a Washington, a Bruxelles e altrove.

La globalizzazione, intesa come frammentazione del processo produttivo e localizzazione dove è più efficiente in termini di costi, sembra finita. Eppure, non per tutti.

Le aziende che producono per il mercato cinese, continueranno a espandere laggiù il loro fatturato per evitare l’incertezza delle tariffe doganali. Le più avanzate nell’high-tech come i produttori di auto a guida autonoma, robotica e internet delle cose credono che la Cina sia il mercato del futuro e che il Politburo ricompenserà la loro fiducia.

Come evidenziato dal rapporto «The Great Unwinding» stilato dall’«Economist», quante più imprese faranno la scelta di spostare la produzione verso catene di fornitura regionali indipendenti in America e in Europa, altrettanto duraturo sarà il decoupling come risultato della crisi. Ma il reshoring causerà problemi nel breve e nel medio periodo rendendo il business meno competitivo e più elevati i costi per i consumatori. In un mondo di crescente incertezza e di rischi persistenti, l’uso di sistematiche previsioni di scenario e una più sofisticata presenza online diventeranno nevralgiche per le aziende.

Questi cambiamenti aprono, comunque, alle Pmi nel settore manifatturiero e dei beni di consumo nuove opportunità di entrare in catene del valore regionali mentre le imprese dominanti ristrutturano i loro network globali. In tal senso, il Sud della Germania e il Nord dell’Italia costituiscono già un’unica area europea di eccellenze lungo le catene di fornitura.

Così, la geopolitica entra con forza come variabile nell’economia globale. Il Covid-19 potrebbe danneggiare, infatti, la competitività europea accelerando il dominio di Usa e Cina. L’Ue ha bisogno di una politica economica comune se non vuole essere schiacciata dai due giganti che potrebbero uscire più forti dalla pandemia. Gli Stati Uniti hanno un enorme mercato interno e sono patria delle big tech come Amazon, Alphabet, Apple e della digitalizzazione, tutte enormemente rafforzatesi in questa crisi. La Cina, colpita per prima dall’epidemia, ha un vantaggio di diversi mesi sugli altri Paesi nel riavvio dell’economia. L’Europa, con una popolazione di circa 500 milioni di persone potrebbe essere un terzo importante player globale, ma deve focalizzarsi sull’innovazione, investire sulle sue risorse umane e sostenere la domanda. L’Europa è la sola entità che potrebbe contrastare il doppio dominio sino-americano ed essere un baluardo dei valori liberal-democratici. Ma questo destino dipende dalla lungimiranza dei suoi governanti.

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