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Cattolica, il Vaticano e lo “spread” tra soci religiosi e investitori

«Non possono essere accettate le domande di ammissione a socio di chi non professi la religione cattolica e non abbia manifestato sentimenti di adesione alle opere cattoliche».

di Alessandro Graziani


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4' di lettura

I capitali li mettono gli investitori, ma il vertice e le operazioni straordinarie li decidono i soci. Per la precisione, solo i soci che si autodefiniscono cattolici e che tali vengono riconosciuti dal vertice che devono eleggere. Così vanno le cose, ancora nell'anno domini MMXIX, alla veronese Società Cattolica di Assicurazioni.

«Non possono essere accettate le domande di ammissione a socio di chi non professi la religione cattolica e non abbia manifestato sentimenti di adesione alle opere cattoliche». Il punto 2.2 dei requisiti richiesti per diventare soci dal regolamento allegato allo statuto di Cattolica è chiaro, anche se datato nei tempi e forse discutibile per una società che dal 2000 è quotata in Borsa «per cogliere - come fu detto ufficialmente al momento dell'Ipo - le sfide del nuovo millennio».

Eppure, anche a seguito dell'aumento di capitale da 500 milioni varato nel 2014, gli investitori istituzionali detengono ampiamente la maggioranza del capitale. Ma a causa della peculiare governance societaria di Cattolica contano zero nell'assemblea dei soci che decide le nomine del consiglio di amministrazione e le eventuali operazioni straordinarie, compresi gli aumenti di capitale. Sulle materie assembleari, lo statuto “guelfo” che risale al 1896 riserva pieni poteri ai soci che si autodichiarano cattolici e lascia il conto da pagare (per esempio in caso di ricapitalizzazione) agli azionisti “ghibellini” che operano sul mercato e che detengono ampiamente la maggioranza del capitale.

All'apparenza, la storia può rimandare ad antiche leggende sui templari o, in tempi più moderni, alla contrapposizione tra finanza cattolica e finanza laica che ha dominato il potere banco-assicurativo italiano del Dopoguerra. Ma è evidente che nel 2019 non è più così. E forse la vicenda andrebbe piuttosto considerata nell'ambito dell'autoreferenzialità e autoperpetuazione di un vertice che utilizza una governance societaria ottocentesca per tutelare un sistema di potere locale, già visto all'opera in alcune (ormai ex) banche popolari di territori limitrofi.

Lo snodo decisivo per la tenuta della governance è la custodia del libro soci, governato dal segretario del cda Alessandro Lai - fedelissimo del presidente Paolo Bedoni - che verifica ogni richiesta prima di portarla all'esame del cda. Un meccanismo finora praticamente impossibile da intaccare dall'esterno e che, nell'era del mercato globale dei capitali, rischia di rendere anacrositiche le pur nobili motivazioni che avevano portato alla nascita della cooperativa.

Nata nel 1896 a Verona su iniziativa di 34 soci e 36 azionisti con il nobile e utile fine mutualistico di tutelare i piccoli proprietari terrieri da grandine e incendi, la Società Cattolica di Assicurazioni prese il via in scia all'enciclica Rerum Novarum di cinque anni prima e alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. A oltre 120 anni dalla Fondazione, del cattolicesimo resta un po' di business nelle polizze “captive” di varie associazioni cattoliche.

E, soprattutto, lo statuto che concede tuttora pieni poteri in assemblea ai soci “cattolici” che, grazie alla regola della cooperativa (una testa un voto), perpetuano gli assetti al vertice. L'attuale presidente Paolo Bedoni, ex numero uno per un decennio di Coldiretti, regna incontrastato al vertice dal 2006. Come i precedenti presidenti di Cattolica ha stretti rapporti con il Vaticano, tanto che nel 2011 l'allora segretario di Stato della Santa Sede Tarcisio Bertone lo insigni' del titolo di commendatore dell'Ordine di San Gregorio Magno “per la fedeltà' alla dottrina sociale della Chiesa”.

Durante il suo regno non sono mancati i tentativi di ribaltone in assemblea, come ve ne furono nel ventennio di Gianni Zonin alla Popolare Vicenza, che però sono sempre stati soffocati sul nascere grazie alla discrezionalità' del libro soci, di fatto gestito dal cda.

È noto che da tempo l'Ivass, che in Italia vigila sulle assicurazioni, è in pressing perché Cattolica evolva la governance societaria. Ma la moral suasion, più timida di quella che Bce ha sulle banche, si è sempre infranta di fronte alla resistenza del board - peraltro formato da professionisti di alto livello - che a suo vantaggio porta risultati reddituali soddisfacenti. Va detto, che Cattolica non è un un problema per il sistema. Ma potrebbe diventarlo se in futuro dovesse avere bisogno di un nuovo aumento di capitale.

La defenestrazione dell'amministratore delegato Alberto Minali, che puntava a modificare la governance attraendo investitori globali, non migliora certo la reputazione di Cattolica sui mercati finanziari. E ripropone l'anomalia di una governance in cui poche centinaia di eterni soci che si autodichiarano cattolici consentono al cda di governare una compagnia assicurativa che in Borsa capitalizza oltre un miliardo di euro.

Trasformarsi da cooperativa in società per azioni comporta la contendibilità e il rischio di perdere la veronesità. Comprensibile che i vertici frenino il processo. Farlo nascondendosi dietro uno statuto ottocentesco che tutela un ristretto club di amministratori può' essere peggio. E certamente non è adeguato a una società quotata in Borsa che, quando servono capitali, bussa al mercato e non alle risorse degli autodichiarati e fedelissimi soci cattolici.

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