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Cattura dell’anidride carbonica, il rapporto Onu: «Occorre accelerare». Dal Regno Unito alla Scandinavia, ecco i Paesi all’avanguardia

Il report dell’Unece invita ad accelerare nell’implementazione delle tecnologie per la Ccus giudicate cruciali per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi sul clima e dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile

di Celestina Dominelli

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3' di lettura

Per centrare i target di neutralità climatica serve «la massima rapidità» nell'impiego della tecnologia per la cattura e lo stoccaggio della CO2. Il messaggio chiaro arriva dalle Nazioni Unite con un nuovo rapporto dell'Unece, la commissione economica per l'Europa dell’Onu che punta a facilitare l'integrazione e la cooperazione tra i Paesi membri e promuove lo sviluppo sostenibile e la prosperità economica. Il nuovo rapporto avverte che il tempo per portare a termine l’Accordo di Parigi sul clima e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile sta per scadere e dunque occorre un repentinoo dispiegamento dell'uso e dello stoccaggio della cattura del carbonio (Ccus) per raggiungere determinati obiettivi.

La ricetta dell’Unece

Come noto, la Ccus è ​​il processo di cattura delle emissioni di anidride carbonica (CO2) dalla generazione di energia fossile e dai processi industriali per lo stoccaggio in profondità nel sottosuolo o il riutilizzo. La Ccus comprende un vasto portafoglio di tecnologie esistenti economicamente redditizie e, secondo il report dell’Unece, l'implementazione su larga scala della tecnologia Ccus consentirebbe ai paesi di decarbonizzare il settore energetico e ai settori industriali più inquinanti di colmare il divario fino a quando le tecnologie energetiche a basse, zero o negative emissioni di carbonio di prossima generazione non saranno disponibili per raggiungere gli obiettivi dell'accordo di Parigi sul clima.

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Lo stato dell’arte in Europa e Nord America

Il Technology Brief pubblicato dall’Unece esamina le varie tecnologie disponibili per catturare, immagazzinare e utilizzare la CO2 e passa in rassegna 31 progetti di Ccus già esistenti in Europa e 24 in Nord America. «Questo rapporto è un passo positivo nel migliorare la comprensione globale delle implicazioni e delle opportunità del passaggio alla neutralità del carbonio nei settori energetici e ad alta intensità energetica entro il 2050», ha affermato Sheila Hollis, direttore esecutivo facente funzione della United States Energy Association.

I paesi all’avanguardia: Eni in prima linea nel Regno Unito

Diversi Paesi, va detto, hanno già accelerato su questo versante, come la Scandinavia, gli Stati Uniti e il Regno Unito (dove anche Eni è in prima linea dopo aver ottenuto la sua prima licenza per realizzare nella baia di Liverpool un progetto nazionale di stoccaggio di anidride carbonica, mentre in Italia punta a fare di Ravenna il polo più grande al mondo di stoccaggio della CO2). Gli Stati più piccoli nella regione Unece, ricorda il documento, sono invece alla ricerca di partner internazionali e finanziamenti per rendere la Ccus una realtà praticabile. «È necessaria una forte volontà politica per rendere l'energia accessibile, pulita, affidabile, sostenibile e moderna per tutti una realtà entro il 2030», ha spiegato il segretario esecutivo dell’Unece Olga Algayerova.

Le stime sui costi della distribuzione della Ccus

Il rapporto rileva che l'implementazione su larga scala della Ccus richiederà una vasta capacità di stoccaggio geologico. Allo stato attuale, noti bacini sedimentari idonei nella regione Unece sono stati identificati nel Nord America e nell'Europa occidentale, vale a dire nel Regno Unito, nei Paesi Bassi e in Norvegia. L'Unece sta poi preparando uno studio sul potenziale di stoccaggio nell'Europa orientale, nel Caucaso e nell'Asia centrale, in particolare nella Federazione Russa (Volga Urali, Siberia occidentale, sottoregione del Caspio), Kazakistan, Azerbaigian e Mar Caspio.Il rapporto affronta anche il costo della Ccus, che è percepito come uno dei principali ostacoli allo sviluppo del progetto. Gli esperti valutano che solo per l'Europa il costo della distribuzione della Ccus pianificata fino al 2050 potrebbe ammontare a 320 miliardi di euro e che per le infrastrutture di trasporto necessarie potrebbero servire altri 50 miliardi di euro.


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