Interventi

Causa alla Cina per Covid. Una corsa a ostacoli

di Pietro Manzini

default onloading pic
(EPA)


3' di lettura


Ha destato interesse mondiale l’iniziativa dello Stato del Missouri di chiamare in giudizio la Cina per i danni derivanti dalla pandemia del Coronavirus. Ma è noto che altrettanto ha fatto in Italia, l’Hotel de la Poste di Cortina. Ed è possibile che azioni del genere si moltiplichino in tutti i Paesi in cui la malattia ha fatto vittime e provocato enormi danni economici. La chances di riuscita di queste azioni sono però molto poche. Vediamo perché.
Il problema delle azioni risarcitorie di privati contro Stati stranieri deriva dal fatto che, nella tradizione del diritto internazionale, a questi ultimi è riconosciuta un’immunità di principio dalla giurisdizione interna: se uno Stato è sovrano non si può ammettere che un giudice di un altro Stato possa sindacare gli atti da esso compiuti. Vero è che questa immunità assoluta è andata affievolendosi nell’ultimo secolo, man mano che gli Stati, oltre che gli atti di carattere pubblicistico con i quali esercitano effettivamente poteri sovrani (ad esempio, battere moneta), hanno cominciato a partecipare ad attività di carattere commerciale, cioè si sono mossi sul piano internazionale, non come Stati, ma come soggetti di diritto privato. Il diritto internazionale si è pertanto evoluto mantenendo l’immunità degli Stati per gli atti nei quali si esplica la loro sovranità (iure imperii) ma ammettendo che nei confronti delle eventuali attività statali che anche i privati possono effettuare – ad esempio il commercio (iure privatorum) – il giudice di un altro Stato possa esercitare la sua giurisdizione, ed eventualmente condannare lo Stato straniero al risarcimento dei danni. In sostanza, se – ad esempio – uno Stato vende del petrolio ad una impresa straniera e non consegna quanto venduto, di fronte a un giudice straniero non può invocare l’immunità, perché la questione riguarda una transazione commerciale, non una condotta dove esso ha esercitato il suo potere sovrano. Queste regole sono state codificate nella Convenzione delle Nazioni Unite conclusa a New York nel 2005, ratificata dall’Italia nel 2013, ma non ancora entrata in vigore sul piano internazionale.
Ammettendo, però, che siano le regole della Convenzione di New York ad applicarsi ad un’azione per danni presentata contro la Cina da un soggetto italiano, quest’ultimo dovrebbe provare che tale azione riguarda un’attività di carattere privatistico-commerciale dello Stato cinese, perché altrimenti il giudice del nostro Paese dovrebbe dichiararsi incompetente. Occorrerebbe provare, ad esempio, che il virus è stato prodotto in un laboratorio statale cinese (come ha sostenuto recentemente Mike Pompeo, nella foto) ed è stato oggetto di una transazione commerciale in relazione alla quale è competente il giudice italiano; missione impossibile, dato che sembra accertato che il virus ha origine naturale.
Qualche chance in più ci sarebbe facendo leva su un’altra disposizione della Convenzione di New York, quella che prevede che l’immunità dello Stato sovrano non possa essere fatta valere nel caso in cui sia presentata un’azione di riparazione pecuniaria per decesso o lesione dell’integrità fisica di persone, o per danno o perdita di un bene, derivanti da un atto o a un’omissione attribuibile allo Stato, sempreché, però, tale atto o omissione si siano prodotti sul territorio dell’altro Stato e se l’autore degli stessi era presente su tale territorio. In questa prospettiva, si potrebbe, ad esempio, provare a sostenere la tesi che la Cina, tramite la sua rappresentanza diplomatica in Italia, non ha tempestivamente informato il nostro Governo dei rischi di estensione della pandemia di coronavirus anche sul territorio nazionale. In tale contesto si potrebbe altresì ricordare – sebbene non perfettamente rientrante nell’ipotesi prefigurata dalla Convenzione di New York – l’obbligo degli Stati, stabilito dagli International Health Regulations del 2005, di informare entro 24 ore l’Organizzazione mondiale della sanità – che si incaricherà di trasmettere ’informativa agli altri Stati – delle emergenze di salute pubblica che si producono sul loro territorio.
Infine, se il giudice italiano si dichiara competente ed emette una sentenza di condanna, è possibile che lo Stato cinese si rifiuti comunque di risarcire. Nel qual caso l’eventuale esecuzione forzata potrebbe esercitarsi solo su beni non funzionali all’esercizio della attività sovrana, perché la distinzione tra iure imperii e iure privatorum si applica anche ad essi.
Insomma, non neghiamolo, quando è implicato uno Stato – e ammesso che lo sia – un’azione di risarcimento danni di fronte ad un giudice interno rappresenta una difficilissima corsa ad ostacoli. Certo, la vicenda della pandemia di coronavirus non ha precedenti storici quanto a portata internazionale e danni provocati: se le azioni si moltiplicassero esponenzialmente in tutto il mondo forse coinvolgerebbero anche il livello diplomatico e politico e il loro esito non sarebbe allora così scontato.


Professore Ordinario di Diritto dell'Unione europea
Dipartimento di Scienze giuridiche, Università di Bologna

Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti