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Cavi tlc sottomarini: così Facebook, Google e Amazon riscrivono il business

Astrid: quattro quinti degli investimenti sono riconducibili alle Big Tech

di C.Fo.

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4' di lettura

C’è tutta la forza degli operatori “over the top” - i vari Amazon, Facebook, Google e Microsoft - a rimescolare gli equilibri nel mercato dei cavi sottomarini per le telecomunicazioni. Non è più soltanto un business per compagnie tlc pure, ma è un’industria in cui le Big Tech stanno entrano con prepotenza in modo diretto per gestire il collegamento dei data center sparsi a livello mondiale, cuore dei servizi cloud. La fondazione Astrid, con una serie di esperti della materia, ha approfondito l’evoluzione di questo fenomeno in un volume - “Industria dei cavi sottomarini. Tendenze di mercato e geopolitica”, a cura di Antonio Perrucci - che raccoglie gli interventi ospitati in un seminario.
L’esplosione dell’economia dei dati ha in sostanza ribaltato le gerarchie in questa industria, facendo emergere una nuova categoria di protagonisti. Ma al tempo stesso rendendo sempre più critica la gestione di questo business, al quale anche le politiche pubbliche stanno riservando un’attenzione maggiore per i pericoli collegabili alla sovranità nazionale e all’autonomia strategica dei dati, oltre che alla sicurezza in senso stretto considerati i rischi di intercettazione.

I nuovi equilibri di mercato

Circa il 99% del traffico delle comunicazioni internazionali avviene oggi tramite cavi sottomarini, per un totale di oltre 1,3 milioni di chilometri. Alla fine del 2021, i cavi in servizio a livello mondiale erano 436, ma si tratta di una fotografia in continua evoluzione in considerazione della velocità con la quale nuovi cavi vengono installati e quelli più vecchi smantellati. Una stima, per il triennio 2022-24, indica 60 nuovi cavi per quasi 340mila chilometri aggiuntivi. Per capire il potere crescente degli over the top (Ott) sono sufficienti pochi numeri. Dei cavi già esistenti, 20 hanno Google tra i proprietari, 14 Facebook e sia Microsoft che Amazon sono presenti in cinque infrastrutture. Si calcola che circa i quattro quinti degli investimenti di cavi transatlantici nel biennio 2019-2020 siano riconducibili alle Big Tech.Lo storico dominio della rotta New York-Londra nella posa dei cavi è stato eroso dallo spostamento degli interessi di mercato dalla telefonia tradizionale verso l’interconnessione dei data center. Sono direttamente i fornitori di servizi cloud - Amazon Web Services, Alibaba, Google Cloud, Microsoft - a investire ingenti risorse nello sviluppo di infrastrutture lungo tutta l’area dell’Asia orientale e nel Pacifico-

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Gli assetti proprietari

Per gli over the top - osservano nel volume Astrid Valerio Francola e Gordon A. Mensah - è diventato sempre più conveniente costruire direttamente cavi, conservandone la proprietà singola o al massimo condividendola con un numero limitato di partner. Ma anche questo è un aspetto da tenere in stretta considerazione per i profili di autonomia strategica. I cavi sottomarini sono generalmente finanziati e controllati da consorzi internazionali di società di tlc o appunto, come evoluzione degli ultimi anni, dalle Big Tech e in quanto tali sono spesso infrastrutture non legate a una particolare nazionalità.

Il posizionamento dell’Italia

Il presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), Adolfo Urso, sottolinea il rischio come anche nell’industria dei cavi tlc, come in molti altri comparti della manifattura più strategica, l’Italia rischi di restare un comprimario.Simone Bonannini (Open Fiber) mette in evidenza come, ad esempio di fronte allo spostamento strategico di Google verso il Sud Europa, il governo italiano e le imprese italiane del settore devono farsi trovare pronti con una propria strategia di investimento infrastrutturale per non rappresentare solo un terreno di conquista di altri.

Sono 26 i cavi che arrivano in Italia

Oggi in Italia sono presenti 26 cavi che arrivano sul nostro territorio - spiega Federico Protto di Retelit - e per il momento si contano 15 “cable landing station” (“stazioni di approdo”) mentre ulteriori quattro sono previste nei prossimi anni: una a Crotone, due a Genova e una a Savona. Sono invece 3 i cavi che dovrebbero approdare in Italia nel prossimo anno: il Blue Med, il 2Africa e l’IEX, tutti tra Genova e Savona.In Italia, oltre a Telecom Italia Sparkle e alla stessa Retelit, sono attivi altri operatori ad esempio Exa Infastructure, in cui è confluita la ex Interoute.Il punto è che, secondo gli esperti interpellati da Astrid, i punti di approdo in Italia sono ancora pochi in considerazione degli oltre 8mila chilometri di coste italiane. Elemento che può limitare il contributo italiano proprio mentre l’Europa sta diventando un hub di riferimento per la trasmissione di dati da e verso l’Africa e il Medio Oriente.In questo scenario anche l’Italia è un punto di passaggio di un business completamente capovolto rispetto a quando era il traffico internet a muovere il mercato. Oggi il 66% del traffico che passa sui cavi sottomarini è quello dei content provider, in sostanza traffico che i grandi Ott scambiano tra i loro data center per garantire i loro servizi ai clienti.

L’impatto geopolitco

A questa redistribuzione del business si associano sempre più frequentemente riflessioni sugli equilibri geopolitici. Perché il presidio di diretto della maggior parte dei cavi sottomarini, fonte di trasmissione delle informazioni più sensibili, per alcuni ha in sé una sorta di trasferimento di potere economico e di infuenza geopolitica dali Stati direttamente alle Big Tech.

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