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Caviale, kiwi e chiocciole: i nuovi confini del made in Italy in agricoltura

Prodotti che non appartengono alla tradizione agroalimentare italiana sono cresciute velocemente e diventati punti di forza del nostro export

di Giorgio dell'Orefice

Le sfide della nuova agricoltura tra Green Deal, agroenergie e attività connesse

3' di lettura

La carica dei prodotti “atipici”. Il made in Italy alimentare non è fatto solo da prodotti che affondano le proprie radici nelle tradizioni agricole del Belpaese, ma anche dalla capacità di reinterpretare produzioni che appartengono alla cultura di terre anche lontane, riuscendo comunque a recitare un ruolo da protagonista sui mercati. Un aspetto questo che testimonia le grandi potenzialità del made in Italy e la grande vocazione degli imprenditori italiani nel riuscire anche in settori dell’agribusiness avviati ex novo e non ereditati dal passato.

Produzioni come le chiocciole, quasi un pilastro della tavola dei francesi, e che gli allevatori del vicino Piemonte hanno saputo reinventare al punto non solo di farne un business proprio ma persino un modello produttivo esportato in altri Paesi. Ma non c'è solo la variabile geografica alla base di alcune nuove frontiere del made in Italy agroalimentare, ci sono infatti produzioni simbolo di territori lontani e che ormai sono diventati parte integrante del paniere dell’export alimentare italiano come il caviale prodotto in provincia di Brescia o nel Trevigiano e il kiwi (termine che è sinonimo di neozelandese) che ha trovato veri e propri territori d’elezione in Veneto e in provincia di Latina.

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Le lumache cuneesi

Gli allevamenti di chiocciole a Cherasco (Cuneo) esistono da tempo ma è in anni recenti che hanno messo a segno un salto di qualità. Dal 2016 a oggi gli allevamenti sono passati infatti da 200 a 715, il giro d’affari è balzato da 32 a oltre 350 milioni di euro in un business che in provincia di Cuneo coinvolge ormai una superficie di 1.150 ettari. Territori che ospitano anche una manifestazione internazionale, Helix, dedicata all’economia della chiocciola.

Molto di questo successo è legato alla definizione del disciplinare di produzione nel 2019. In soli due anni il valore delle chiocciole è schizzato da 3 a 5,5 euro al chilo (+83%). Nonostante questa crescita tumultuosa la produzione italiana riesce a coprire a malapena il 20% della domanda annua che è di 4.500 tonnellate, il che lascia immaginare ancora importanti spazi di sviluppo. Tra gli artefici di questo successo, Simone Sampò da cinque anni al vertice dell’Istituto internazionale di Elicicoltura e tra i promotori del disciplinare di produzione Metodo Cherasco oggi esportato in 18 Paesi al mondo, dal Marocco alla Georgia dalla Spagna al Senegal.

Il caviale bresciano

Nel 1978 con ogni probabilità di economia circolare si parlava ancora poco ma fu proprio dall’idea di riutilizzare l’acqua di risorgiva resa purissima da uno scambiatore di calore e dal surplus termico di uno degli impianti siderurgici oggi del Gruppo Feralpi, che Giovanni Tolettini e Gino Ravagnan fondarono a Calvisano (in provincia di Brescia) Agroittica Lombarda. Attorno all’iniziativa in provincia di Brescia è nato il polo lombardo del caviale al quale nel tempo si è aggiunto quello trevigiano che punta invece su una maggiore varietà di specie di storione (l’azienda Giaveri ad esempio ne alleva 12 specie differenti ed esporta il 90% della produzione). I due poli del lombardo veneto sono alla base della leadership italiana del caviale che, con una produzione media di 50 tonnellate, è il primo produttore europeo e il terzo al mondo preceduto solo da Russia e Cina.

Kiwi tricolore sul podio mondiale

In Italia quattro grandi distretti (Lazio, Piemonte, Romagna e Veneto), oltre 20mila ettari piantati e una forte crescita in Calabria sono alla base invece del successo del kiwi made in Italy prodotto simbolo della Nuova Zelanda. Anche in questo settore, come nel caviale, l'Italia, con 320mila tonnellate di kiwi (esportate in 50 paesi per un fatturato di oltre 400 milioni ), è oggi primo produttore europeo e terzo al mondo alle spalle di Cina (si stima produca un milione di tonnellate) e della Nuova Zelanda (560mila).

«Si tratta di una coltura che è entrata nel nostro Paese agli inizi degli anni ‘80 – spiega il responsabile ortofrutta dell’Alleanza delle cooperative, Davide Vernocchi – e che si è sviluppata grazie a modelli organizzativi cooperativi ma anche a gruppi privati come la cesenate Jingold. Eravamo partiti con il kiwi verde ma ora sta prendendo piede il kiwi giallo, prodotto che garantisce prezzi molto più remunerativi (1,5 euro alla produzione che diventano 8 al consumo contro i 0,70-1 euro del kiwi verde), ma richiede grande professionalità in campo. Capacità che l’Italia è in grado di assicurare a giudicare dagli investimenti effettuati nel nostro Paese su questa varietà dal colosso neozelandese Zespri. Aspetto che testimonia una volta di più la vocazionalità del territorio italiano anche per le colture storicamente di altri paesi».

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