la turchia e l’europa

Cavusoglu parla per Erdogan, partita geopolitica ad alto rischio

Il ministro turco Mevlut Cavusoglu (Reuters)

2' di lettura

Il conflitto di civiltà tra la Turchia e l'Europa comincia dalle stalle. Mentre il ministro degli Esteri turco prevede presto nuove guerre di religione in Europa, i turchi hanno cominciato a rimpatriare le mucche olandesi nella madrepatria, un segnale inequivocabile della loro determinazione a boicottare gli scambi commerciali. Le parole volano, anche pesanti, da parte del governo di Ankara e Mevlut Cavosoglu è una sorta di portavoce di Erdogan , appartiene al suo cerchio magico e per somigliare sempre di più al capo si è fatto crescere anche dei sottili baffetti grigi.

Negli uffici pubblici in Turchia sempre più spesso la sua foto è affiancata a quella del presidente che si sta giocando la partita della vita con il referendum costituzionale del 16 aprile prossimo. «Non c'è differenza tra Rutte e il fascista Wilders», ha detto commentando l'esito delle elezioni in Olanda e ha poi affondato la scimitarra aggiungendo: «Vi state scavando la fossa, presto le guerre sante inizieranno in Europa».

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Questa escalation fa sorgere seri dubbi sulla credibilità della leadership di Ankara ma solleva anche qualche preoccupazione sulla miopia dell'Europa. Che la Turchia di Erdogan fosse un “grande malato” lo si capiva da tempo e con la guerra di Siria il malessere è diventato cronico.

Erdogan per anni , insieme a europei, americani e monarchie del Golfo, ha tentato di far fuori Bashar Assad ma alla fine si è arreso all'evidenza piegando la testa davanti alla Russia e all'Iran sciita. Il fatto che un membro storico della Nato dovesse scendere a patti con Putin e gli ayatollah avrebbe dovuto far scattare l'allarme in Europa che invece si è limitata a offrire a Erdogan un patto sui profughi.

A Bruxelles e alla Germania bastava che Erdogan diventasse il nostro muro contro i migranti sulla rotta balcanica. Ma gli effetti della guerra di Siria sono stati molto più profondi: nel giro di una stagione la Turchia ha cambiato al sua posizione geopolitica quando il campo occidentale non si è dimostrato abbastanza efficace nel difendere i suoi interessi. Come se non bastasse il negoziato di adesione all'Unione è stato congelato.

Questa non è una guerra di religione o civiltà come dice il ministro Cavusoglu ma il risultato dello scontro tra interessi divergenti che l'Europa non ha voluto riconoscere nella sua portata. La sconfitta siriana per la Turchia ha avuto conseguenze epocali e oggi deve accettare la presenza di un'entità curda ai suoi confini.

Erdogan però sa benissimo di esser il leader di un Paese che intrattiene il 50% dei suoi scambi commerciali con il Vecchio Continente e a cui deve il 70% dei prestiti e degli investimenti. Adesso canta le lodi di Putin ma Mosca lo tiene in pungo sul fronte siriano e se vorrà controbilanciare l'alleanza con la Russia avrà bisogno ancora dell'Europa e dell'Occidente.

La religione non c'entra se non come strumento di polemica diplomatica e a uso elettorale interno: questa è soprattutto una partita geopolitica ad alto rischio.

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